Pensieri

Valutare

Figura umana cubista che scende una scala, costruita con forme angolari sovrapposte nei toni del bruno.
Marcel Duchamp, Nuda che scende dalle scale (No. 2), 1912, olio su tela, 57 7/8 x 35 1/8 (151.8 x 93.3 cm).

Una settimana, sette giorni appena. Un tempo breve, limitato e certo, quasi irrilevante e antitetico rispetto ai canonici processi di riqualificazione e rigenerazione urbana a cui siamo abituati, a cui ci hanno abituati. Eppure, sette giorni appena sono sufficienti per modificare la percezione di uno spazio, alterarne gli usi, ridefinire le modalità della permanenza e dell’incontro. Sufficienti, talvolta, perché uno spazio smetta di essere soltanto spazio e inizi a essere riconosciuto luogo.

Si tratta di una realizzazione puntuale, precisa e coerente di dispositivi a carattere ibrido e non codificato, che oscillano tra piccole architetture ed elementi di arredo, removibili e riciclabili, da inserire in modo coordinato e sistemico negli spazi aperti. Questi sono capaci di moltiplicarne gli usi e di renderli luoghi aggreganti e radunanti ad elevate condizioni di abitabilità, grazie a un sistema di installazioni modulari, flessibili e interattive, che si prestano a libere riconfigurazioni e manipolazioni per adattarsi di volta in volta a esigenze e circostanze diverse, amplificandone la dimensione di inclusività e generatrice dello spazio pubblico.

La rigenerazione urbana non coincide semplicemente con la riqualificazione fisica di uno spazio, ma con la sua risemantizzazione, con la possibilità che un luogo torni a essere attraversato, abitato, condiviso e conteso.

La ridotta scala materiale dell’azione, legata alle modalità operative dell’autocostruzione, sembra entrare in contraddizione con l’intensità degli effetti prodotti. Si tratta di pratiche potentemente generative, costituite da poche azioni ad alto impatto. Ma quale impatto? Su cosa? E, non in ultima istanza, di quale entità?

Domande a cui un solo predicato può rispondere: valutare, ossia formulare giudizi valoriali rispetto a una data situazione o a un dato processo di cui si osservano gli attributi, le dimensioni in cui le conseguenze della trasformazione sono rilevanti per il processo trasformativo stesso.

La valutazione è funzione dello scopo della valutazione stessa, il quale va distinto dal motivo. Ambedue gli elementi sono preordinati rispetto al giudizio valoriale, ma, mentre il motivo ne indica l’indirizzo generico, lo scopo ne definisce l’indirizzo sostanziale. Chiarendo il punto, la valutazione dell’ambiente urbano può muovere dal riconoscimento delle potenzialità di uno spazio dimenticato, dismesso, sottoimpiegato e sottostimato come luogo da riattivare attraverso il miglioramento della vivibilità. Questo è il motivo della valutazione. La struttura del procedimento verrà, tuttavia, costruita sulla base dello scopo, il quale ne indirizzerà le operazioni. L’obiettivo, in tal caso, consiste nella costruzione di conoscenza finalizzata ad ampliare l’efficacia delle pratiche menzionate, a cogliere più incisivamente la loro potenzialità per la rigenerazione della vivacità e per il miglioramento della qualità urbana, e a favorire la loro trasferibilità e scalabilità in programmi di pratica integrata volti alla rigenerazione e generazione di spazio pubblico.

Ne consegue la necessaria articolazione in due fasi. In una fase pre-azione, antecedente all’attività di autocostruzione, la valutazione è atta a supportare la concezione e la progettazione dell’intervento in relazione alle dimensioni della rigenerazione, ossia le dimensioni degli attributi considerati di valore. In questo primo momento valutativo è utile identificare e comprendere le relazioni con i luoghi di diversi soggetti agenti che in vario modo proiettano un’intenzionalità d’uso degli spazi pubblici. È utile riconoscere e interpretare i loro bisogni, desiderata ed eventuali contrasti e conflitti nelle presenti e potenziali pratiche sociali d’uso dello spazio, anche al fine dell’identificazione dei luoghi e del loro potenziale. Tali conoscenze, rilevate mediante le pratiche valutative, fanno parte del processo progettuale, fornendo utili informazioni sullo stato di fatto e indirizzando possibili strategie d’intervento rigenerative e generative di forme di vivacità urbana.

In una fase post-azione, invece, successiva all’attività di autocostruzione, la valutazione è finalizzata alla rilevazione dell’efficacia dell’intervento di rigenerazione in termini di soddisfazione e soprattutto di mutamento delle percezioni e delle relazioni dei soggetti con gli spazi oggetto di intervento, riscontrabili nell’evoluzione delle pratiche d’uso e di cura dei luoghi.

L’articolazione delle pratiche valutative e l’osservazione complessiva del processo trasformativo possono infine fornire informazioni utili alla scalabilità e replicabilità delle pratiche di autocostruzione delle architetture generative. Rispetto a questo punto e alla luce delle peculiarità della pratica di intervento, possiamo in essa riconoscere, e dunque valutare, la “costruzione” secondo tre possibili sensi. Il primo senso riguarda la costruzione in sé: il sistema dei dispositivi architettonico-ambientali fisici, con installazioni modulari, flessibili, manipolabili e interattive, che vengono realizzati. Il secondo senso riguarda la costruzione come processo, ossia il coinvolgimento, la co-progettazione e soprattutto la realizzazione diretta dei dispositivi fisici da parte dei partecipanti coinvolti. Il terzo senso infine consiste nella costruzione delle relazioni. Nuove relazioni si instaurano sia tra i soggetti agenti con i luoghi oggetto di intervento, sia tra chi li abita, vive e usa. Tali relazioni sono in ultima istanza ciò che persiste, quel che resta, dando atto a pratiche sociali d’uso degli spazi che si istaurano dopo la realizzazione dell’intervento.

Come osservare e valutare dunque trasformazioni che spesso persistono non tanto negli oggetti costruiti, quanto nelle relazioni che essi attivano?

Valutare tali trasformazioni richiede strumenti capaci di cogliere non soltanto ciò che cambia nella forma dello spazio, ma ciò che cambia nelle condizioni di abitabilità che esso rende possibili.

Gli effetti osservati possono essere classificati secondo due logiche. In primo luogo, come è stato anticipato, si possono riconoscere da un lato trasformazioni materiali come l’alterazione concreta delle pratiche d’uso e di fruizione dello spazio, d’altro lato è possibile rilevare effetti immateriali che riguardano ad esempio la percezione dei luoghi. Secondariamente è possibile identificare un’articolazione sulla base della temporalità. Esistono infatti effetti immediatamente rilevabili e altri che si verificano in momenti posticipati rispetto al termine della trasformazione morfologica dello spazio.

Per quanto riguarda gli aspetti materiali della trasformazione, l’ambiente offre agli individui opportunità d’azione che emergono nella relazione tra le caratteristiche fisiche dello spazio e le abilità dei soggetti che lo attraversano. Il concetto di affordance, trattato in letteratura dalla seconda metà del secolo scorso, aiuta a chiarire il punto. Esso consente di interpretare lo spazio aperto non soltanto come una configurazione fisica, ma come un insieme di possibilità praticabili, sottolineando l’importanza della relazione situata tra corpo e ambiente, luogo in cui potenziali azioni latenti si manifestano. La relazione è data se vi è compatibilità tra le proprietà appartenenti all’oggetto (l’ambiente) e le caratteristiche del soggetto (la persona). A titolo esemplificativo, una panchina offre la possibilità di sedersi. La posizione, resa possibile dalla morfologia dell’oggetto e dalle caratteristiche del soggetto, abilita a sua volta una pluralità di pratiche. Può infatti consentire la sosta prolungata diventando supporto per attività di lettura in una dimensione individuale, o favorendo l’osservazione dello spazio circostante in una dimensione di interazione e connessione con il contesto. Può inoltre permettere posture più informali, come distendersi. La seduta agisce quindi come dispositivo capace di incentivare la fruizione dello spazio pubblico, ampliandone le possibilità di permanenza e appropriazione temporanea. Quando inoltre più elementi vengono disposti in una configurazione di insieme, ad esempio disponendo le sedute frontalmente o attorno a uno spazio condiviso, le possibilità offerte non riguardano solo un utilizzo individuale, ma la costruzione di condizioni favorevoli all’interazione sociale. La configurazione spaziale rende allora possibile l’incontro e forme spontanee di aggregazione, trasformando la semplice permanenza nello spazio in una pratica relazionale collettiva.

Si può introdurre, dunque, una dimensione sociale dell’affordance che si dà quando le caratteristiche dell’ambiente consentono a più individui distinti di interagire con esso e fra loro contemporaneamente. Non si guarda solo a ciò che un individuo può fare nello spazio, ma a ciò che diventa collettivamente praticabile.

Lo spazio diviene capacitante nel senso in cui rende capaci le persone, libere di scegliere stati di realizzazione diversi. Tale capacitazione consiste nella creazione di opportunità effettive, concretamente accessibili. La qualità dello spazio pubblico può essere dunque ricondotta da un lato alla capacità di abilitare una pluralità di usi, tempi e forme di presenza differenti, dall’altro alla capacità di includere equamente una pluralità di soggetti agenti, il cui profilo è differentemente caratterizzato, liberi di scegliere secondo le proprie preferenze realizzazioni di pratiche diverse.

In questo senso, le riflessioni di Jane Jacobs sulla vitalità urbana risultano particolarmente rilevanti. La città viva non coincide con uno spazio rigidamente ordinato o funzionalmente ottimizzato, ma con un ambiente capace di sostenere densità di relazioni e pratiche quotidiane. Questi effetti materiali risultano relativamente semplici da osservare. Attraverso tecniche di behavioural mapping è possibile registrare flussi, permanenze, posture corporee, livelli di attività e configurazioni sociali che emergono nello spazio pubblico. L’osservazione rigorosa e sistematica delle pratiche d’uso permette di comprendere come alcune configurazioni spaziali favoriscano determinate attività mentre ne scoraggino altre. La distribuzione delle soste, la velocità di attraversamento, la presenza di gruppi o di attività spontanee diventano indicatori della capacità del luogo di sostenere differenti modalità di utilizzo individuale e collettivo, superando una lettura esclusivamente dichiarativa dello spazio urbano. Non sempre ciò che le persone affermano di fare coincide infatti con ciò che concretamente fanno nello spazio. E ancora, gli oggetti non vengono necessariamente utilizzati secondo la funzione per cui sono stati progettati. Le pratiche d’uso eccedono spesso l’intenzionalità progettuale, dando luogo a reinterpretazioni spontanee e modalità impreviste di fruizione dello spazio.

Gli effetti immateriali della trasformazione si manifestano invece attraverso una pluralità di dimensioni difficilmente separabili: il senso di appartenenza, l’attaccamento al luogo, la disponibilità alla cura, la percezione di qualità ambientale, le intenzioni di permanenza e di utilizzo collettivo dello spazio. In questo quadro assumono particolare rilevanza gli studi di psicologia ambientale che mostrano come il rapporto tra persone e ambiente urbano non sia esclusivamente funzionale, ma anche affettivo, cognitivo e simbolico. I luoghi vengono progressivamente integrati nella quotidianità delle pratiche, nelle memorie e nelle rappresentazioni collettive, contribuendo alla costruzione dell’identità individuale e collettiva. La partecipazione diretta ai processi di co-progettazione e autocostruzione intensifica ulteriormente tali dinamiche, favorendo forme di identificazione e coinvolgimento che eccedono la dimensione tecnica costruttiva.

Tra gli strumenti atti a rilevare le dimensioni immateriali i questionari consentono di valutare e misurare secondo un approccio quantitativo percezioni, sentimenti e costrutti altrimenti non osservabili, come l’attaccamento al luogo, le intenzioni di cura e il senso di appartenenza.

Tuttavia, i dati raccolti e analizzati quantitativamente non risultano sufficienti a interpretare la complessità delle relazioni che si instaurano tra persone e ambiente. Per questa ragione, gli strumenti qualitativi assumono un ruolo complementare e, perciò, imprescindibile. Focus group, interviste variamente strutturate e altre pratiche di ascolto consentono di far emergere mediante il dialogo rappresentazioni condivise, memorie, bisogni, aspettative, conflitti e forme di identificazione con il luogo che difficilmente potrebbero essere ridotte a una semplice quantificazione. Lo spazio urbano viene così interpretato come costruzione sociale e simbolica di valori oltre che come costruzione materiale.

Oltre a un’articolazione basata sulla materialità degli effetti è possibile in secondo luogo operare una classificazione sulla base della temporalità. Se alcuni aspetti, in seguito alla riconfigurazione dello spazio, sono immediatamente osservabili, altri si distinguono solo dopo qualche tempo, in quanto espressione di processi più lunghi e complessi. Nel tempo infatti iniziano a manifestarsi effetti differiti, difficili da interpretare al di fuori di una prospettiva processuale. Alcuni spazi iniziano progressivamente a essere percepiti come maggiormente accessibili, accoglienti o sicuri. Emergono pratiche di appropriazione e cura precedentemente assenti. Cambiano le modalità attraverso cui le persone si relazionano al luogo e tra loro. Condizioni di prossimità favoriscono l’incontro casuale e dunque la costruzione di forme di riconoscimento.

Un luogo marginale, residuale o sottoutilizzato può in sintesi progressivamente acquisire nuovi significati attraverso l’intensificarsi delle relazioni e delle attività che riesce ad accogliere.

La temporalità degli effetti assume allora un ruolo centrale. Alcune trasformazioni risultano immediate e reversibili; altre emergono lentamente attraverso processi di sedimentazione delle pratiche e delle percezioni. La durata materiale dell’intervento non coincide necessariamente con la portata temporale dei suoi effetti. In molti casi, ciò che persiste non è tanto il dispositivo costruito quanto la relazione instaurata con il luogo, la memoria collettiva dell’esperienza o la possibilità, ormai riconosciuta, di utilizzare quello spazio secondo modalità differenti.

Anche il processo di autocostruzione partecipa direttamente alla produzione di tali effetti. La costruzione non riguarda esclusivamente il manufatto finale, ma si sviluppa contemporaneamente come pratica collettiva e come costruzione di relazioni. La partecipazione diretta alla progettazione e alla realizzazione delle strutture produce forme di coinvolgimento, identificazione e appropriazione. Lo spazio trasformato non viene semplicemente utilizzato, viene progressivamente riconosciuto come parte di una esperienza condivisa.

La struttura temporale del processo e la duplice natura materiale e immateriale degli effetti rendono necessario l’impiego di strumenti di valutazione differenti e complementari, la cui progettazione e il cui utilizzo integrato, secondo approcci quantitativi e qualitativi, consente di ridurre il rischio di una lettura parziale o esclusivamente prestazionale dello spazio pubblico. Consente di rispondere alla necessità epistemologica di osservare fenomeni che si manifestano simultaneamente su più livelli. Nessun singolo strumento valutativo, se considerato da solo, risulta infatti sufficiente a descrivere la complessità della trasformazione urbana. La standardizzazione di tali strumenti permette inoltre di costruire confronti longitudinali tra situazioni antecedenti e successive all’intervento, rendendo osservabili alcune trasformazioni che altrimenti resterebbero implicite.

L’efficacia di tale impianto valutativo è stata verificata nell’ambito dell’intervento di autocostruzione realizzato presso il Nucleo Sacripanti nel quartiere Is Mirrionis a Cagliari, per il quale è stato redatto e implementato un protocollo di valutazione comprendente gli approcci e gli strumenti citati. I risultati emersi hanno evidenziato effetti significativi nelle dimensioni osservate. Dal punto di vista delle pratiche d’uso, l’osservazione dei comportamenti prima e dopo l’intervento ha rilevato non solo un aumento delle presenze, ma anche una diversificazione delle modalità di fruizione dello spazio, registrando una maggiore permanenza e interazione sociale. Lo spazio si è trasformato da luogo di transito a luogo di sosta e aggregazione. Parallelamente, gli strumenti finalizzati alla rilevazione delle dimensioni percettive e relazionali hanno restituito cambiamenti rilevanti nei costrutti psicologici indagati. Sono emersi un rafforzamento dell’attenzione nei confronti del luogo e forme più intense di identificazione e appartenenza. Si è registrata una percezione mediamente più positiva del luogo, il quale non è più considerato spazio marginale o residuale, acquisendo nuovi significati attraverso le pratiche e le relazioni che vi si sono sviluppate. Pur trattandosi di risultati riferiti a una specifica esperienza, essi da un lato confermano la capacità degli strumenti valutativi adottati di rendere osservabili trasformazioni che interessano simultaneamente dimensioni materiali e immateriali dello spazio pubblico, dall’altro offrono indicazioni utili per la trasferibilità e replicabilità del protocollo valutativo stesso.

In questa prospettiva, la valutazione non rappresenta una fase conclusiva e separata dell’intervento, ma una componente integrante del processo di trasformazione. Accompagna la rigenerazione urbana come pratica di osservazione continua, capace di orientare le scelte progettuali e di rendere interpretabili gli effetti materiali e immateriali prodotti nello spazio pubblico.

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