Il costrutto di umanizzazione in riferimento alla progettazione degli spazi
Il costrutto di umanizzazione è stato sviluppato nell’ambito della progettazione degli ambienti di cura, con riferimento non solo agli aspetti socio-relazionali, ma anche a quelli fisico-spaziali1.
È infatti ampiamente riconosciuto che gli attributi fisico-spaziali dei luoghi possono influenzare la salute delle persone sia generando sentimenti di benessere o disagio, sia trasmettendo informazioni positive o negative per l'autostima, la sicurezza e l'identità delle persone2. La proposta è dunque quella di progettare e organizzare spazi basati sulle esigenze e aspettative delle persone che occupano e utilizzano un determinato ambiente, in una prospettiva «user-centered»3, dove le caratteristiche di design possono avere un ruolo nella promozione della salute e del benessere di comunità.
Come già accennato, il costrutto di umanizzazione è emerso in relazione alla progettazione di ambienti sanitari, dove si è palesata la necessità di un design più focalizzato sulle persone (centrato sul paziente o, più in generale, sull'utente) piuttosto che sulla tecnologia architettonica e medica. Come affermato da Arneill e Devlin4, il presupposto che una struttura sanitaria debba essere progettata come una “macchina di cura” per le condizioni mediche, piuttosto che come un ambiente per promuovere il benessere dell'individuo, è messa in discussione. Il concetto più ampio di umanizzazione si riferisce a una serie di aspetti (organizzativi, sociali, relazionali, funzionali e fisico-spaziali) che caratterizzano un luogo di guarigione. Secondo questa visione, le questioni organizzative e di gestione giocano un ruolo significativo sia nel migliorare il servizio sia nel rendere l'esperienza dell'utente più confortevole. Questo punto sottolinea l'importanza dell'ambiente fisico sia come contesto delle relazioni e dei comportamenti umani, sia come fattore chiave che influenza il modo in cui l'esperienza del luogo viene percepita5.
Nel campo della progettazione degli ambienti di cura, l'obiettivo di “ambienti ospedalieri più umani”6 o di “umanizzare gli ambienti di cura”7 si riferisce agli attributi di progettazione architettonica che le strutture sanitarie dovrebbero possedere per: (i) ridurre il livello di stress, che può essere molto elevato sia per i pazienti che per i caregiver, dato il loro contatto quotidiano con malattie, dolore e (in alcuni casi) morte; e (ii) promuovere e aumentare il benessere e la qualità della vita degli operatori. Dal punto di vista fisico-spaziale, il costrutto di umanizzazione si sostanzia attraverso l’attenzione a un insieme di attributi progettuali atti a soddisfare le esigenze fondamentali degli utenti8. Tali esigenze comprendono il comfort spaziale e sensoriale (in termini visivi – cioè illuminazione adeguata e viste panoramiche – termini uditivi – cioè evitare rumori fastidiosi – e termini climatici – cioè adeguatezza di temperatura e umidità), l’orientamento, il senso di accoglienza, la privacy, l’interazione sociale, la coerenza percettiva, il controllo dello spazio, e la “restorativeness” (rigeneratività). A tal proposito, gli attributi di progettazione da considerare includono la disposizione e la configurazione spaziale; colori e materiali di mobili, pareti e pavimenti; opere d'arte; tipo, quantità e focalizzazione della luce naturale e artificiale; visuali; dimensioni delle finestre; pulizia; clima. In sintesi, promuovere un livello più elevato di umanizzazione fisico-spaziale di un luogo significa tenere conto della sua configurazione architettonica per aumentare il grado di comfort e facilitare le relazioni tra gli individui che occupano e utilizzano quel luogo.
Umanizzazione urbana
Seppur utilizzato per uno specifico contesto quale l’ambiente di cura, il costrutto di umanizzazione fisico-spaziale è appropriato anche in riferimento ad altri contesti, come ad esempio gli spazi urbani e al rapporto tra ambiente costruito e benessere umano. La crescente attenzione verso il benessere urbano deriva dalla consapevolezza che gli ambienti fisici influenzano profondamente emozioni, comportamenti, relazioni sociali e qualità della vita. Ricerche recenti confermano inoltre che la qualità esperienziale dello spazio urbano è strettamente collegata alla salute mentale, alla soddisfazione ambientale e al benessere soggettivo degli abitanti9. In questa prospettiva, lo spazio urbano non è più interpretato soltanto come supporto funzionale delle attività umane, ma come ambiente esperienziale e relazionale capace di favorire inclusione, benessere e coesione sociale. La dimensione emozionale e percettiva della città assume quindi un ruolo centrale nella progettazione urbana contemporanea, soprattutto in relazione alla crescente omologazione dei paesaggi urbani globalizzati e alla perdita di identità locale10.
L’urbanizzazione accelerata, i processi di densificazione e le trasformazioni economiche degli ultimi decenni hanno spesso prodotto contesti urbani caratterizzati da frammentazione spaziale, perdita di identità locale e impoverimento delle relazioni sociali. Molte periferie contemporanee risultano segnate da fenomeni di degrado fisico, marginalità sociale, carenza di spazi pubblici di qualità e riduzione delle occasioni di incontro tra gli abitanti. In tali contesti emerge con forza la necessità di ripensare il progetto urbano secondo una prospettiva human-centered, orientata non esclusivamente all’efficienza infrastrutturale o alla valorizzazione immobiliare, ma alla costruzione di ambienti urbani capaci di rispondere ai bisogni emotivi, sociali e culturali delle comunità locali11. Secondo la prospettiva dello “human-centered design”12, progettare ambienti urbani umanizzati significa porre al centro le esigenze, le percezioni e le pratiche quotidiane delle persone che vivono e utilizzano lo spazio. Tale approccio implica il superamento di una visione tecnocratica dell’urbanistica, privilegiando invece processi progettuali partecipativi e multidisciplinari in grado di integrare aspetti architettonici, sociali, psicologici ed ecologici. In questo senso, l’urbanistica contemporanea si confronta sempre più con approcci post-umanisti e relazionali che interpretano la città come ecosistema complesso di interazioni tra individui, ambiente e tecnologie13.
L’umanizzazione urbana si manifesta attraverso una pluralità di dimensioni interconnesse: comfort ambientale, accessibilità, qualità estetica, presenza di verde, inclusione sociale, sicurezza percepita, orientamento spaziale, possibilità di interazione sociale, valorizzazione dell’identità locale e partecipazione degli abitanti ai processi decisionali. Tali elementi contribuiscono alla costruzione di luoghi accoglienti, leggibili e riconoscibili, capaci di generare attaccamento al luogo, senso di comunità e benessere psicologico14.
La riflessione sull’umanizzazione dello spazio urbano si collega inoltre ai contributi teorici di studiosi quali Jane Jacobs15, Kevin Lynch16, Jan Gehl17 e Henri Lefebvre18, che hanno evidenziato l’importanza dello spazio pubblico come luogo di interazione sociale, costruzione identitaria e vita democratica. Jacobs sottolineava come la vitalità urbana dipendesse dalla presenza di spazi pubblici attivi e diversificati, capaci di favorire l’incontro spontaneo e il controllo sociale diffuso. Lynch evidenziava invece il ruolo della leggibilità urbana nella costruzione dell’immagine mentale della città e nel rafforzamento del senso di orientamento e appartenenza. Gehl ha posto l’attenzione sulla dimensione umana della progettazione urbana, promuovendo città progettate “a misura di persona” piuttosto che a misura di automobile. Lefebvre, infine, attraverso il concetto di “diritto alla città”, ha interpretato lo spazio urbano come bene collettivo e luogo di produzione sociale. Le riflessioni più recenti sul rapporto tra spazio urbano ed esperienza umana evidenziano inoltre come la progettazione degli spazi pubblici influenzi direttamente processi cognitivi, relazionali ed emozionali degli individui. Secondo Gruosso et al.19, lo spazio pubblico può essere interpretato come una vera e propria estensione cognitiva dell’esperienza umana, capace di modellare comportamenti, percezioni e modalità di interazione sociale.
In questo quadro teorico, la rigenerazione urbana assume un significato che va oltre la semplice riqualificazione fisica degli spazi degradati. Rigenerare significa attivare processi di trasformazione integrata capaci di intervenire simultaneamente sulle dimensioni spaziali, sociali, culturali ed economiche dei territori. L’umanizzazione diventa pertanto uno dei principi guida della rigenerazione urbana contemporanea, nella misura in cui orienta il progetto verso la costruzione di ambienti inclusivi, relazionali e socialmente sostenibili.
Particolare rilevanza assumono, in tale prospettiva, i processi partecipativi e le pratiche di autocostruzione20. Coinvolgere gli abitanti nella progettazione e trasformazione degli spazi pubblici consente infatti di sviluppare forme di appropriazione positiva dei luoghi, rafforzare il senso di responsabilità collettiva e valorizzare le conoscenze locali. La partecipazione non rappresenta soltanto uno strumento operativo, ma un elemento centrale dell’umanizzazione urbana, poiché restituisce agli abitanti un ruolo attivo nella definizione degli ambienti di vita quotidiana. Le dinamiche partecipative favoriscono inoltre la costruzione di fiducia sociale e rafforzano le reti relazionali di quartiere21.
Umanizzazione urbana in azione:
il progetto TERSICORE
Il progetto TERSICORE, sviluppato nel Nucleo Sacripanti nel quartiere Is Mirrionis di Cagliari, costituisce un caso emblematico di questa impostazione. Attraverso pratiche di progettazione partecipata, autocostruzione e analisi psico-sociale degli spazi, il progetto ha sperimentato modalità innovative di rigenerazione urbana orientate alla costruzione di benessere collettivo e inclusione sociale. L’intervento si inserisce in un contesto urbano caratterizzato da marginalità e fragilità socio-spaziali, ma al contempo dotato di significative potenzialità relazionali e comunitarie. Il quartiere Is Mirrionis rappresenta infatti un esempio significativo delle trasformazioni che hanno interessato molte periferie urbane italiane nel secondo dopoguerra. L’intervento sul Nucleo Sacripanti ha cercato di invertire tale processo attraverso una strategia centrata sulla riappropriazione collettiva dello spazio pubblico. La cosiddetta “piazzetta senza nome”, insieme agli spazi limitrofi e all’ex edificio scolastico abbandonato, è diventata il luogo simbolico di un processo di rigenerazione fondato sull’attivazione sociale e sulla partecipazione degli abitanti. Le pratiche di autocostruzione hanno consentito di trasformare fisicamente gli spazi attraverso il coinvolgimento diretto della comunità locale nella realizzazione di arredi urbani, installazioni e interventi di micro-riqualificazione. Tali pratiche producono effetti rilevanti non solo sul piano materiale, ma anche su quello simbolico e relazionale. Partecipare alla costruzione dello spazio significa infatti sviluppare forme di identificazione collettiva e rafforzare il legame emotivo con il luogo.
Dal punto di vista teorico, questo approccio si collega alle riflessioni sul “placemaking”, inteso come processo collaborativo di produzione dello spazio urbano basato sui bisogni e sulle aspirazioni delle comunità locali. Il placemaking enfatizza il ruolo dell’esperienza quotidiana e delle pratiche sociali nella costruzione di luoghi significativi, contrapponendosi a modelli standardizzati e top-down di pianificazione urbana22. Un ulteriore elemento centrale dell’umanizzazione urbana riguarda il rapporto tra spazio pubblico e benessere psicologico. Numerose ricerche hanno dimostrato che la qualità degli ambienti urbani influisce sulla salute mentale, sulla percezione di sicurezza e sui livelli di stress degli individui. Spazi degradati, rumorosi o privi di identità possono generare alienazione, ansia e distacco emotivo, mentre ambienti accessibili, verdi e relazionali favoriscono processi di rigenerazione psicologica e inclusione sociale23. Particolare importanza assume il ruolo del verde urbano. La presenza di vegetazione e natura negli spazi pubblici produce benefici sia ambientali sia psico-sociali: migliora il comfort climatico, riduce l’inquinamento, favorisce l’attività fisica e contribuisce alla riduzione dello stress mentale24. Le ricerche contemporanee confermano inoltre che la qualità ecologica e percettiva degli ambienti urbani influenza il modo in cui le persone costruiscono la propria identità ambientale e sviluppano atteggiamenti sostenibili25.
Nel caso del progetto TERSICORE, gli interventi di rinaturalizzazione hanno avuto un ruolo fondamentale nel processo di trasformazione degli spazi. La cura condivisa delle aiuole, la piantumazione di essenze vegetali e la manutenzione collettiva degli spazi verdi hanno favorito la costruzione di pratiche collaborative e relazioni di vicinato. La dimensione emozionale dell’esperienza urbana costituisce inoltre un tema sempre più rilevante nelle pratiche contemporanee di progettazione partecipata. Strumenti innovativi quali camminate esperienziali26, mappature emotive27 e applicazioni digitali28 consentono di raccogliere dati relativi alle percezioni, emozioni e interpretazioni che gli abitanti associano ai luoghi urbani. Attraverso tali strumenti è possibile comprendere non soltanto come gli spazi vengono utilizzati, ma anche come vengono vissuti e percepiti. Le tecnologie digitali e immersive, come la realtà aumentata e la modellazione tridimensionale partecipativa, possono contribuire ulteriormente all’umanizzazione del processo progettuale, rendendo più accessibili e comprensibili le trasformazioni urbane future. La tecnologia, in questa prospettiva, non viene interpretata come elemento di separazione tra cittadini e progettisti, ma come supporto alla costruzione condivisa dello spazio urbano. Inoltre, le nuove riflessioni sull’estetica urbana digitale mostrano come i dispositivi tecnologici influenzino sempre più la percezione sensoriale e simbolica degli spazi pubblici contemporanei29.
In conclusione, come sottolineato anche da Ricciardelli et al.30, i processi di rigenerazione urbana risultano maggiormente efficaci quando integrano dimensioni estetiche, sociali e organizzative orientate all’innovazione sociale e alla costruzione di valori collettivi. In questa prospettiva, la città viene reinterpretata non soltanto come sistema infrastrutturale o dispositivo economico, ma come spazio di vita, esperienza e relazione. L’umanizzazione urbana diventa così un principio fondamentale per promuovere sostenibilità sociale, inclusione e qualità della vita nelle città contemporanee.
Note
1. Romano Del Nord, Donatella Marino, Gabriele Peretti, Humanization of care spaces: a research developed for the 459 Italian Ministry of Health, in Techne - Journal of Technology for Architecture and Environment n.9, Firenze 2015, pp. 224-229.
2. Gary W. Evans, Janetta Mitchell McCoy When buildings don't work: he role of architecture in human health, in Journal of Environmental Psychology, 18, pp. 85-94.
3. Donald A. Norman, The Psychology of Everyday Things, Basic Books, New York 1988.
4. Alyssa B. Arneill, Ann Sloan Devlin, Perceived quality of care: the influence of the waiting room environment, in Journal of Environmental Psychology 22, 2002,
pp. 345-360.
5. Ferdinando Fornara, Claudia Andrade, Healthcare environments, in Susan D. Clayton (a cura di), The Oxford Handbook of Environmental and Conservation Psychology, Oxford University Press, New York 2012, pp. 295-315.
6. Yasushi Nagasawa, The geography of hospitals, in Seymour Wapner, Jack Demick, Takiji Yamamoto, e Hirofumi Minami (a cura di), Theoretical perspectives in environment-behavior research, Kluwer, New York 2000, pp. 217-227.
7. Victoria Bates, Humanizing healthcare environments: architecture, art and design in modern hospitals, in Design for Health, 2, 2018, pp. 5-19.
8. Ferdinando Fornara, Claudia Andrade, Op.cit.
5. Ferdinando Fornara, Claudia Andrade, Healthcare environments. In S. Clayton (edited by.), The Oxford Handbook of Environmental and Conservation Psychology, Oxford University Press, New York 2012, pp. 295-315.
6. Yasushi Nagasawa, The geography of hospitals, in S. Wapner, J. Demick, T. Yamamoto, & H. Minami (edited by), Theoretical perspectives in environment-behavior research, Kluwer, New York 2000, pp.217-227.
7. Victoria Bates, Humanizing healthcare environments: architecture, art and design in modern hospitals, in Design for Health, 2, 2018, pp. 5-19.
8. Ferdinando Fornara, Claudia Andrade, Op.cit.
9. Marica Cassarino, Sina Shahab, Sara Biscaya, Envisioning happy places for all: A systematic review of the impact of transformations in the urban environment on the wellbeing of vulnerable groups, in Sustainability, 13(14), 2021.
Ade Kearns, Suhail Ghosh, Phil Mason, Matt Egan, Urban regeneration and mental health: Investigating the effects of an area-based intervention using a modified intention to treat analysis with alternative outcome measures, in Health & Place, 61, 2020.
10. Adrienne Grêt-Regamey, Marcelo Galleguillos-Torres, Global urban homogenization and the loss of emotions. Scientific Reports, 12(1), 2022.
11. Praveen Kasula, Aysin Dedekorkut-Howes, Heidi Shearer, Scott Baum, Social inclusion of urban villages: A systematic review of global urban planning practices. in Cities, 169, 2026.
12. Donald A. Norman, Op.cit.
13. Ilhyun Jon, A manifesto for planning after the coronavirus: Towards planning of care, in Planning Theory, 19(3), 2020, pp. 329-345.
14. Marino Bonaiuto, Ferdinando Fornara, Stefano Ariccio, Ugo Giovanni Cancellieri
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17. Jan Gehl, Cities for People, London, Londra 2013.
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23. Marica Cassarino, Sina Shahab, Sara Biscaya, Envisioning happy places for all: A systematic review of the impact of transformations in the urban environment on the wellbeing of vulnerable groups, in Sustainability, 13(14), 2021.
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