In natura, la trasformazione non rappresenta di certo un'eccezione o un incidente di percorso, ma l'essenza stessa del processo evolutivo.
Così come le condizioni ambientali plasmano i sistemi ecologici imponendo continui adattamenti, l'azione progettuale modella la realtà fisica, costringendo la materia a rispondere a specifiche necessità. Basti osservare le morfologie assunte dagli organismi per sopravvivere in condizioni estreme, dove l'isolamento genera endemismi e specializzazioni radicali. È una dinamica che l'architettura fa propria, operando secondo una logica confrontabile con quella degli equilibri punteggiati proposta da Stephen Jay Gould1: il progetto non procede per evoluzioni costanti, ma per scarti improvvisi e ramificazioni locali, innestando modificazioni puntuali destinate a trovare, nel tempo, una propria condizione di equilibrio momentaneo.
L’habitat tradizionale rappresenta uno straordinario esempio di questa selezione “naturale” di pratiche, consuetudini, ricorrenze tipologiche, specifici adattamenti al clima, ai materiali, alle risorse disponibili localmente e tecnologie costruttive differenziate. La ripetizione costituisce la regola che permette di superare i singoli cicli di vita, spostando le modificazioni su una scala di più generazioni, nel tempo lungo dell'evoluzione. La cellula muraria lapidea colloca la costruzione di un insediamento su una dimensione ancestrale, di lunghissima durata, costituendo la struttura ossea di un luogo, immutabile nel tempo, mentre la copertura e gli orizzontamenti lignei rimandano a un senso di caducità e rinnovamento continuo. Essi richiamano la necessità di una presa in cura periodica, in un continuo e ricorrente passaggio di consegne che costruisce, di fatto, la sopravvivenza dell'insediamento stesso, includendo al suo interno una cultura tecnica propria del saper fare2.
Certi eventi traumatici, come le grandi alluvioni o gli incendi, possono agire su un ecosistema in maniera repentina e profonda, causando improvvise crisi ecologiche: essi recidono la ciclicità dei processi lenti, ma generano al contempo le condizioni per un salto evolutivo, offrendo l'occasione per forme di habitat nuove.
Il termine trasformare indica proprio questo: il processo di alterazione di una forma che riesce a rispondere a nuovi stimoli esterni, pur conservando l’identità propria del soggetto di partenza.
Stasi
Questa dimensione processuale, dilatata nel tempo, entra oggi in conflitto con la farraginosità delle procedure pubbliche, la cui lentezza contrasta con i processi di trasformazione e con le aspettative che da queste sono attese. La realizzazione di un’opera pubblica media (sotto il milione di euro) richiede in Italia circa quattro anni e mezzo, con tempistiche che crescono esponenzialmente all’aumentare dell’importo3. Questi processi per mano pubblica seguono iter superiori a quelli di una legislatura, dimostrandosi spesso incapace di rispondere in modo adattivo e tempestivo ai bisogni reali. La macchinosità del processo e la logica della rincorsa al finanziamento del momento, generano spesso "mutazioni" inadeguate o investimenti sterili, che rischiano di condannare i territori a un pericoloso immobilismo.
Il collasso di questo modello centralizzato e lineare impone un radicale cambio di paradigma, specialmente all'interno delle aree interne e marginali, dove il decremento demografico e l'abbandono dei centri urbani è molto più veloce della capacità di risposta della macchina amministrativa. Quando il tempo burocratico si disallinea così profondamente dal tempo biologico e sociale delle comunità, l'opera pubblica rischia di configurarsi come un fossile postumo, depotenziato e superato già al momento dell'inaugurazione e destinato a produrre effetti limitati.
La trasformazione ha necessità di un innesco, di un primo step in grado di attivare un desiderio sugli spazi. Il progetto può strutturarsi come un processo incrementale, rinunciare a una condizione di fissità immutabile verso un approccio che proceda in maniera specifica e mirata attraverso la costruzione di un’aspettativa sugli spazi che ne limiti la stasi. La presa in cura dei territori passa dalla consapevolezza di questa complessità temporale. All’interno della Strategia Nazionale delle Aree Interne (SNAI), l’integrazione tra azioni diverse costituisce il punto di partenza per avviare un adattamento "dal basso", che si radichi profondamente nei luoghi. Si tratta di trovare nuove forme di radicamento che ammettano un principio di precauzione4 e che si inquadrino all’interno di tre azioni chiave:
- leggere i vincoli ambientali non come limiti, ma come la pressione selettiva necessaria per generare nuove opportunità;
- assumere la natura delle trasformazioni che i territori hanno subito, per generarne nuove che partano da una predisposizione intrinseca al cambiamento;
- sviluppare tecniche costruttive che si basano sulle risorse a disposizione e possano generare nuove filiere locali di trasformazione.
In questa logica ecosistemica si inserisce l’azione delle architetture generative: dispositivi di trasformazione che agiscono come mutazioni controllate. Pensate come test sperimentali o plastici in scala 1:1, queste architetture offrono una risposta fisica all'ambiente attraverso soluzioni economiche, low-cost e low-tech. Sono organismi architettonici in grado di saggiare il potenziale trasformativo dei luoghi, esplorando nuove possibilità spaziali con risorse limitate. Sebbene la temporaneità dell’intervento non produca effetti strutturali nel breve periodo, essa agisce sui processi di lunga durata per aiutare a comprendere le regole che la governano.
In questo senso, le architetture generative funzionano come specie pioniere: primi organismi in grado di colonizzare territori inospitali che permettono di verificare la capacità di adattamento degli spazi e la disponibilità al cambiamento. Esattamente come i licheni modificano il substrato roccioso rendendolo fertile per specie più complesse, questi dispositivi reversibili provano ad attivare l'immaginario collettivo, configurandosi come inneschi metabolici.
La trasformazione avviene così in maniera duplice: alla scala del dispositivo (l'organismo) e alla scala dell’habitat in cui si inserisce avviando ulteriori processi di trasformazione.
Comparse
Il celebre naturalista Carlo Linneo, padre della tassonomia, ha definito i nomi delle varie fasi di sviluppo degli insetti, designando come larva il primo stadio evolutivo e come immagine l’insetto maturo. La natura etimologica dei due termini chiarifica la distinzione: se l’immagine è la forma compiuta di una specie, la larva ne è la prima comparsa, la maschera, il primo stadio di trasformazione dell’insetto perfetto5. In questo senso, la forma finale rappresenta solo un momento della modificazione che un organismo affronta, e la cui trasformazione si ripete in maniera ciclica.
I sistemi di habitat riflettono questo sistema duplice e multiscalare, a partire dalle loro componenti primarie per arrivare al sistema nel suo insieme. In un recente saggio pubblicato su Lotus dedicato alla rigenerazione urbana, Pierluigi Nicolin sottolinea la necessità di un ritorno alla tipo-morfologia per reinterpretare i luoghi6. Lavorare con i contesti significa individuare gli elementi dominanti che costituiscono un DNA spaziale capace di supportare la trasformazione senza perdere l'identità del sito. Significa porsi in continuità di una tradizione del costruire nel costruito che è risultato di un’idea di metabolismo interno della forma urbana e che a partire da questa possono muoversi le trasformazioni future.
Le architetture generative ripartono proprio dalle invarianti dei luoghi: il recinto, la cellula, il muro, la soglia, il podio, il basamento. Questi elementi rappresentano i tratti genetici di lunga durata che il progetto reinterpreta per tessere nuove linee di connessione. Si tratta di inscrivere le nuove architetture all’interno di una tradizione fatta di costanti che non riguardano tanto i materiali, quanto le invarianti spaziali che storicamente hanno garantito la sopravvivenza dell’abitare e le sue gerarchie relazionali.
Serdiana, Mogoro, Selegas, Orani, Ortueri costruiscono una geografia di culture dell’abitare specifiche, accomunate dal valore del muro e della corte, permanenze dei tessuti storici che possono assorbire forme nuove di interpretazione e variazione alle regole di associazione tipologica. In questi casi il muro svolge il ruolo di struttura formale dell’insediamento, definendo le relazioni tra pubblico e privato, tra interno ed esterno. Allo stesso modo il raddoppio, la piega, l’interruzione rappresentano le modalità di azione attraverso cui articolare le variazioni, reinterpretando le tecniche e la materia, e adattandosi alle necessità che le comunità proiettano sugli spazi, delineando un processo di conservazione e selezione di forme proprie di quei tessuti7. Si tratta spesso di necessità implicite nei luoghi che possono essere rivelate attraverso meccanismi di attivazione, inneschi di trasformazione che fanno proprie le invarianti reinterpretandole in maniera nuova. In questo senso agiscono le architetture generative, utilizzando in maniera ricorsiva alcuni elementi propri dell’habitat tradizionale, ma proponendo una forma inedita. Le architetture propongono varianti morfologiche che interrogano la permanenza del vuoto e la continuità muraria che lo definisce, costruendo configurazioni possibili che orientano inediti scenari di cambiamento.
Improvvise
La parola padiglione ritrova la sua radice etimologica nel termine latino papilio, farfalla, a designare architetture di vita breve ma che svolgono un ruolo centrale nei cicli ecologici ed ecosistemici. Se si sposta l’attenzione dallo stadio finale della specie e la si estende al suo intero ciclo biologico, considerando il percorso da uovo a uovo ed espandendo la durata ai suoi stati differenti, compresi quelli di bruco e di crisalide, si evita di considerare la farfalla come una realtà a sè stante, piuttosto come espressione momentanea di una specifica fase della vita di una determinata specie.
Allo stesso modo, il padiglione non deve essere valutato solo per la sua forma iniziale o finale, ma come parte di un processo al cui interno si inscrive la trasformazione di uno spazio.
Le architetture generative propongono una trasformazione rapida, improvvisa, lasciando un esito tangibile e concreto. La breve durata di queste architetture è un punto di forza per la portata sperimentale di questi interventi, consente di esplorare tecniche costruttive basate sull’uso di materiali economici, reversibili in breve tempo e modulari per singoli elementi. La dimensione autocostruita del progetto permette di riflettere sul dettaglio costruttivo, su una ritrovata semplicità artigianale di un'architettura che si fa con le mani.
La ripetizione del modulo strutturale rappresenta una costante negli interventi che consente di ottimizzare il processo costruttivo e permette di concentrarsi sulla realizzazione in serie di alcuni elementi. Non si tratta quindi di una ripetizione standardizzata dei dispositivi quanto degli elementi che li compongono, generando nella loro combinazione spazi e dettagli sempre nuovi. La scomposizione del progetto in componenti discrete apre possibilità di rimodulazione dei progetti in parti, ricollocabili in altre forme o funzioni. Questa costruzione tettonica consente una versatilità e una velocità di trasformazione che la rendono attuabile facilmente anche da figure non professioniste, realizzando un cantiere sostanzialmente a secco, che lavora per elementi discreti, leggeri e facilmente manovrabili.
La regola della trasformazione risiede sostanzialmente in tre fattori cardine:
- ripetibilità della struttura, per garantire logica costruttiva e ottimizzazione delle risorse;
- semplicità costruttiva, per rendere la costruzione un’esperienza a tutti (studenti, abitanti e comunità);
- coerenza formale, per mantenere un dialogo con il contesto circostante.
Il muro costituisce l’elemento costruttivo fondante degli interventi di trasformazione che viene esplorato alle scale diverse: da quella di confronto diretto con il luogo, alla sua natura tettonica e costruttiva, rendendolo strumento di mediazione con il suolo, telaio strutturale per gli orizzontamenti, diaframma leggero tra interno ed esterno di uno spazio. In questo senso, il progetto prova a costruire piani e volumi che lavorano sulla composizione di schermature fortemente vibrate, superfici cangianti che consentono di realizzare spazi protetti e ombreggiati, ottenuti attraverso tecnologie facilmente manipolabili in coerenza con i principi di progetto alle varie scale. Si tratta, inoltre, di un modello costruttivo flessibile, a tratti rudimentale, che ammette l’errore esecutivo nella costruzione come condizione pressoché certa ed è in grado di assorbirlo strutturalmente sovra-dimensionando i vincoli e grazie alla lavorabilità dei morali di legno che supportano un'imprecisione esecutiva all'interno di una continuità materica e formale.
Questi caratteri propri delle architetture generative allontanano questo modello di habitat da quello di lunga durata, ma costruiscono un modello nuovo, che lavora in simbiosi con quello che c’è. Si configurano soprattutto come esperienze didattiche e pedagogiche di presa in cura degli spazi e di approfondimento della piccola scala. Il cantiere diventa un laboratorio di trasformazione aperto in cui studenti, docenti e abitanti condividono un’esperienza di modificazione di uno spazio. Come sostiene Vittorio Gregotti l’architettura assume la modificazione come principio operativo, con un doppio significato: ovvero il riconoscimento di quello che già esiste e la presa di posizione instaurando un dialogo critico con ciò che c’è9.
Endemismi
In biologia evolutiva, le isole sono i luoghi geografici dove le specie sviluppano gli adattamenti più straordinari e gli endemismi più marcati, a causa dell'isolamento e della limitatezza delle risorse10. In tal senso, la Sardegna rappresenta un’isola-laboratorio ideale: un ecosistema chiuso, un serbatoio denso di energie, persistenze materiali e culture stratificate in cui questo modello di trasformazione temporanea può essere testato e ripetuto, partendo dall’accettazione dei limiti che un’isola impone e trasformandoli in un rapporto profondo con i luoghi11. Facendo leva sulle resistenze e sulle persistenze di un territorio in cui il valore profondo risiede in un patrimonio diffuso e “minore”, una vera e propria biodiversità architettonica che si sostiene sulla robustezza della rete relazionale e comunitaria e non sul singolo “esemplare” monumentale o eccezionale, la trasformazione temporanea acquisisce una chiave di lettura chiara e di grande urgenza operativa. Attraverso il progetto di habitat generativi si ricerca un’interfaccia diretta con le invarianti storiche, partendo da quegli elementi di raccordo tra pubblico e privato che costituiscono il tessuto connettivo profondo dell'insediamento tradizionale. Nel 1790, Johann Wolfgang von Goethe utilizzava il concetto di “studio della forma” (Morfologia) riferendosi alla catalogazione botanica, alla ricerca di una forma originaria (Urpflanze) da cui tutte le altre sarebbero derivate per adattamento, introducendo di fatto una teoria sulla modificazione dei corpi organici in risposta agli stimoli dell'ambiente esterno12. Qualche anno più tardi, lo stesso Goethe si concentrò sul valore fondativo dell’esperienza diretta e sulla necessità di reiterarla con costanza per poter costruire un metodo scientifico ed empirico.
L’habitat generativo intende l’azione di trasformare proprio in questo senso, non tanto come una serie di interventi, quanto esperienze in serie, sempre diverse, montaggi, test, adattamenti di forme alle circostanze dei luoghi13.
È da queste circostanze che l’habitat generativo apprende ed è su queste che agisce e trasforma.
Note
1. Stephen Jay Gould, Il pollice del panda. Riflessioni sulla storia naturale, il Saggiatore, Milano 2017. «La storia della maggior parte delle specie fossili comprende due caratteristiche assolutamente in contrasto con il gradualismo: Stasi. La maggior parte delle specie non mostrano alcun mutamento direzionale nel corso della loro permanenza sulla terra. Comparsa improvvisa. In qualsiasi area locale, una specie non sorge gradualmente [...] compare tutta in una volta e completamente formata».
2. Alvaro Siza, Viver uma casa, in Alvaro Siza, Dominique Machabert (a cura di), Des Mots de rien du tout: palavras sem importancia, PU Saint-Etienne, Saint Etienne 2002. «Non sono mai stato capace di costruire una casa, un'autentica casa. Non mi riferisco al progettare e costruire case, una cosa minore che riesco ancora a fare, non so se in modo corretto [...] Vivere in una casa, in una casa autentica, è un mestiere a tempo pieno [...] Per questo considero eroico possedere, mantenere e rinnovare una casa. A mio parere dovrebbe esistere l'Ordine dei Curatori di Case e ogni anno dovrebbe essere assegnata la relativa onorificenza e un cospicuo premio pecuniario» p.78-85.
4. Antonello Sanna, Architettura sostenibile, in Antonio Angelillo, Adriano Dessì, Giorgio Peghin (a cura di) Apprendere dal paesaggio. Atlante del Master in architettura del paesaggio, Libria, Melfi 2025. «Un nuovo progetto del paesaggio rurale futuro deve rispondere ai principi intorno ai quali si va formando un consenso sempre più ampio della comunità scientifica così come dei soggetti sociali e istituzionali: la limitazione (se non la fine) del consumo del suolo, il principio di precauzione che può essere interpretato sia come massima reversibilità degli interventi sia come coerenza con le regole ecologiche dell'ambiente rurale» p.156.
5. Stephen Jay Gould, Risplendi grande lucciola. Riflessioni di storia naturale, Feltrinelli, Milano 2018.
6. Pierluigi Nicolin, Due note sulla rigenerazione urbana, Lotus 174, Ideas for regeneration, Editoriale Lotus, Milano 2022. «La presenza di una grammatica e di una sintassi nel mosaico della morfologia urbana rende possibile non solo la sostituzione di singole parcelle edilizie con le loro differenze, ma anche il modo di dar forma agli spazi verdi in città; non solo con viali, corridoi, parchi, giardini, orti, ecc., ma anche, se occorre, con zone lasciate al libero ingresso della natura».
7. Pezo Von Ellrichshausen, Memoria Morbida, in Pezo Von Ellrichshausen, Marco Moro (a cura di) Forma del sapere, Thymos Book, Aversa 2025. «Immaginare una realtà futura possibile, descriverla in anticipo con mezzi limitati, comprenderne l’impatto naturale e culturale che andrà ad abitare […], il professionista, nonostante l’arsenale tecnologico a sua disposizione torna sui libri di storia tanto quanto il carpentiere si affida al sapere tradizionale. Si delinea così una sorta di continuità naturale, un processo di conservazione e selezione» p.213.
9. Vittorio Gregotti, Architettura come modificazione, Casabella 498-499, Milano 1984. «L'idea di modificazione non significa per noi né restauro né riuso [...] ma il progetto di un processo che ha nel suo centro la comprensione delle regole e del significato del materiale storico (e fisico) su cui si opera».
10. John Bristol Foster, Evolution of Mammals on Islands, Nature, vol. 202, no. 4929, 1964. Il biologo Foster parla della regola dell’isola, rispetto allo sviluppo di specifici endemismi «Sulle isole, le specie tendono a convergere verso la dimensione più efficiente dal punto di vista energetico per quel particolare ambiente. In assenza di predazione, ogni massa in eccesso non necessaria alla sopravvivenza viene eliminata dalla selezione naturale».
11. Emilio Tuñón Álvarez, Geografia como cuerpo y arquitectura como geografia. Constricciones y potencialidad en la arquitectura de Paulo David, 2G n. 47, Paulo David, Gustavo Gili, Barcelona 2008, p.9.
12. Johan von Goethe, Urfplanze. La pianta originaria, in Michele Caja, Martina Landsberger, Silvia Malcovati (a cura di), Tipo Forma Figura. Il dibattito internazionale 1970-1990, Libraccio, Milano 2021.
13. Fernando Távora, Carlotta Torricelli (a cura di), Dell’organizzazione dello spazio, Nottetempo, Milano 2021.
11. Emilio Tuñón Álvarez, Geografia como cuerpo y arquitectura como geografia. Constricciones y potencialidad en la arquitectura de Paulo David, 2G n. 47, Paulo David, Gustavo Gili, Barcelona 2008, p.9.
12. Johan von Goethe, Urfplanze. La pianta originaria, in Michele Caja, Martina Landsberger, Silvia Malcovati (edited by) Tipo Forma Figura. Il dibattito internazionale 1970-1990, Libraccio, Milano 2021.
13. Fernando Távora, Carlotta Torricelli (edited by), Dell’organizzazione dello spazio, Nottetempo, Milano 2021.