Tutti i territori, dai più abitati ai più marginali, sono oggi attraversati da forze invisibili che ne modificano progressivamente i già precari equilibri: trasformazioni climatiche, mutazioni demografiche, economie intermittenti, nuove forme di mobilità, piattaforme digitali, turismo stagionale, processi di abbandono e improvvise riattivazioni. Cambiano di conseguenza le relazioni tra le persone e lo spazio; cambiano i modi di abitare, produrre, attraversare e percepire i luoghi.
Molte di queste trasformazioni avvengono sotto la superficie. Non si manifestano immediatamente nella forma costruita del territorio ma si accumulano silenziosamente. Per questo motivo alcuni paesaggi contemporanei sembrano sempre più difficili da interpretare. Le categorie tradizionali della pianificazione e della progettazione, permanenza, stabilità, previsione lineare, appaiono spesso insufficienti per comprendere territori che mutano continuamente mentre vengono osservati. Vittorio Gregotti scrive in Tempo e progetto, «il nostro presente è pieno di fantasmi: non solo quelli senza fine dei frantumi del passato ma anzitutto quelli dell’interpretazione dell’oggi che, nella sua stabile incertezza, si rinnovano continuamente mentre si agisce in diversi progetti di possibile mutamento della realtà circostante»1. È forse proprio da questo aspetto che emerge una delle crisi più profonde del progetto contemporaneo.
Da sempre gli architetti operano mossi dalla convinzione che il territorio possa essere compreso prima dell’intervento e che le architetture rappresentino quindi la forma costruita, la concretizzazione, di una soluzione spaziale, la fase di azione o reazione alla necessità di modificazione di un luogo: il progetto rappresenta una conseguenza dell’analisi dello stato di fatto e la conoscenza del sito di progetto viene considerata una premessa stabile sulla quale costruire una risposta definitiva. Prima si studia e si fa ricerca, poi si interviene. Prima la lettura, poi la trasformazione.
Oggi questa sequenza, pur logica e coerente, appare paradossalmente sempre più fragile.
Nell’epoca contemporanea, caratterizzata da una crescente accelerazione degli eventi, la temporalità breve2 è diventata il livello dominante dell’esperienza umana. Soprattutto le nuove generazioni sembrano aver interiorizzato una necessaria predisposizione all’incertezza del futuro o per meglio dire sono costretti ad affrontarla e, in molti casi, la subiscono. Così come un territorio che si sviluppa lungo una faglia geologica è soggetto a continue perturbazioni sismiche, allo stesso modo, l’uomo contemporaneo sembra avanzare lungo una sorta “faglia temporale”, in cui le continue scosse non sono terremoti ma la propagazione conseguente delle costanti innovazioni tecnologiche e delle rivoluzioni socio-culturali. Queste alterazioni si susseguono con una rapidità tale da modificare continuamente le condizioni economiche, ambientali e sociali dei territori. In questo scenario diventa sempre più difficile per chi si occupa della trasformazione dellospazio urbano o rurale, separare nettamente il momento dell’osservazione da quello dell’azione: il luogo con il suo contesto, compreso il tessuto vivente nella sua composizione e varietà, cambiano inevitabilmente mentre vengono analizzati e ancor di più possono mutare tra lo studio preliminare alla progettazione e la costruzione di un edificio.
Se questa condizione non fosse già abbastanza difficile da accettare e interiorizzare per un architetto l’epistemologia moderna aggiunge un ulteriore grado di complessità. Non solo la realtà cambia così velocemente da mettere in crisi il classico metodo analisi-progetto, ma l’atto stesso di osservare e studiare un fenomeno o una porzione del reale può contribuire alla sua trasformazione, in sintesi «ciò che osserviamo non è la natura in se stessa ma la natura esposta ai nostri metodi d’indagine»3. Questo concetto emerge come conseguenza collaterale del Principio di indeterminazione di Heisenberg, rappresentando uno degli esempi più celebri e affascinanti di come una scoperta nel campo della fisica, abbia avuto delle implicazioni generali in grado di minare alle fondamenta i concetti chiave dell’epistemologia. Nel 1927 il fisico tedesco Werner Karl Heisenberg teorizza infatti, in estrema sintesi, che non sia possibile conoscere simultaneamente e con precisione assoluta alcune coppie di grandezze fisiche coniugate di una particella, come ad esempio la posizione e la quantità di moto, in quanto l’atto stesso della loro rilevazione tende inevitabilmente a modificarle. Da considerazioni come quelle emerse da questo principio teorico si sviluppano, in maniera più o meno diretta nei decenni successivi, una lunga serie di ragionamenti e critiche sull’oggettività della scienza e del suo metodo che vedono in figure di spicco come Steven Shapin e Paul Feyerabend tra le penne più ispirate. Grazie anche ai loro scritti4 prende sempre più piede l’idea che un osservatore imparziale e totalmente esterno alla realtà analizzata faccia parte di una metodologia di ricerca molto spesso auspicabile ma purtroppo utopistica.
La costruzione stessa di una carta territoriale o una planimetria, da sempre tra i sistemi più utilizzati ed imprescindibili nella ricerca e di analisi preliminare al progetto, costituisce di fatto un primo atto trasformativo e soggettivo dell’osservatore, ricercatore o architetto.
La pretesa di poter rappresentare la realtà senza alcuna perdita di dati o escludendo ogni alterazione data dall’appartenenza, consapevole o meno, ad un paradigma ideologico5 può essere considerata una convinzione quanto meno illusoria. Ogni individuo, anche quando certo di riuscire nell’impresa di porsi al di fuori dall’equazione di indagine agisce inevitabilmente attraverso una serie di filtri, tagli, selezioni e sintesi, esclusioni ed omissioni, che generano un risultato che può sempre essere considerato opinabile. Se così non fosse, fissate le medesime condizioni, dieci architetti diversi non produrrebbero dieci progetti differenti o sarebbe sufficiente studiare un territorio una sola volta per sapere esattamente come intervenire senza alcun margine di errore.
Se anche le scienze più dure, nei loro metodi di indagine, risultano soggettive non per errore ma per necessità, la disciplina del progetto non può che esserlo in maniera ancor più evidente e marcata. Inoltre, anche immaginando di avere le capacità tecniche ed etiche per poter aspirare alla massima precisione ed oggettività nei risultati, la complessità del reale tenderà sempre a sfuggire dalle mani dell’osservatore, come avviene nel breve racconto della mappa dell’impero in scala 1:1 di Jorge Luis Borges6.Una delle conseguenze più affascinanti dello scritto è il paradosso dell’impossibilità di rappresentare una mappa talmente precisa del territorio dell’impero da essere una copia 1:1 della realtà stessa, una mappa talmente grande e dettagliata da dover essere dispiegata sul territorio stesso, coprendolo. Anche nel momento in cui questa mappa viene realizzata dai cartografi dell’impero risulta carente di un elemento: la rappresentazione della mappa stessa. Se la mappa fosse davvero in scala 1:1 e totalmente esaustiva, allora dovrebbe includere ogni città, ogni strada, ogni persona e anche… sé stessa. A quel punto nascerebbe un paradosso di autoriferimento: la mappa dovrebbe contenere la rappresentazione della mappa che contiene la rappresentazione della mappa, e così all’infinito. Ogni rappresentazione implica infatti una scelta, una selezione, una forma di interpretazione che, nel momento stesso in cui restituisce la realtà, la modifica. Come affermava Alfred Korzybski nel 1933, «la mappa non è il territorio»7: la rappresentazione non coincide con la realtà, ma la traduce secondo un linguaggio, una scala e una finalità. Inoltre, come ha osservato Gregory Bateson nel 1970, la mappa modifica il territorio: ogni atto di conoscenza8, di rappresentazione o di descrizione produce anche effetti concreti sulla percezione e sulla gestione del luogo rappresentato.
In entrambi i casi citati, quello reale del principio di indeterminazione e quello concettuale, allegorico, della mappa dell’impero 1:1, anche quando l’analisi prova a raggiungere un livello di precisione assoluto finisce per scontrarsi con limiti pratici o tecnologici. A queste limitazioni si sommano inoltre, come detto, quelle di natura temporale, legate alla variazioni delle condizioni del contesto al passare del tempo, e quelle di natura umana, etiche e ideologiche, finendo per mostrare i processi di analisi per ciò che davvero sono: processi profondamente fallibili e soggettivi.
Per questi motivi il processo tradizionale di progettazione di un'opera architettonica, fondato su una conoscenza preliminare stabile e oggettiva del contesto analizzato, entra progressivamente in crisi. Ne sono la dimostrazione gli innumerevoli casi di grandi fabbriche o progetti multimilionari costruiti con la certezza di generare profondi e duraturi cambiamenti sui territori nei quali venivano edificati per poi non essere mai conclusi, essere completati senza mai entrare in funzione o abbandonati dopo pochi anni. I tempi necessari per comprendere pienamente un territorio (entro i limiti di fattibilità sopra descritti) e tradurre tale comprensione in forme costruite risultano spesso incompatibili con la velocità delle trasformazioni contemporanee dei territori stessi. Il rischio è allora quello di produrre architetture definitive, soluzioni spaziali altamente trasformative, ad alto impatto ambientale, con importanti e preziosi investimenti economici, per realtà che definite non sono più, o che, quanto meno, cambiano con molta più frequenza rispetto al passato. Ciò non significa che i paesaggi urbani o rurali abbiano perso le proprie permanenze o le proprie strutture profonde ed identitarie di “lunga durata”, ma che sia necessaria maggiore prudenza nel considerarle condizioni immutabili, vincolanti e da sole sufficienti a definire un luogo. Non basta appoggiarsi alle invarianti di un paesaggio per avere certezza dell’efficacia delle soluzioni architettoniche proposte.
L’architetto contemporaneo si confronta quindi con una realtà altamente instabile ma allo stesso tempo che ha profondamente bisogno del suo intervento, nel quale la progettazione non dovrebbe limitarsi ad essere solamente il processo in grado di fornire risposte definitive e immutabili in tempi lunghi, o lunghissimi9. Potrebbe non essere più sufficiente nemmeno la capacità di generare architetture in grado di resistere alle rapide mutazioni al contorno, la tanto abusata resilienza, o perseguire il concetto dell’antifragilità, in quanto, anche in questo caso, tali strutture evolute sarebbero comunque soggette alle problematiche legate ai tempi di analisi e costruzione. Anche l’architettura antifragile meglio progettata, se sviluppata attraverso un classico processo edilizio, avrebbe un impatto effettivo sul sito solo dopo diversi anni dall’inizio delle prime analisi, prolungando ulteriormente la sua condizione di degrado, abbandono o sottoutilizzo.
In tale lasso di tempo, questo limbo tecnico e amministrativo che precede le modificazioni permanenti, si moltiplicano le incognite, alcuni progetti falliscono, si perdono finanziamenti, e allo stesso tempo lo stato dei luoghi non migliora, anzi continua nel suo processo di degenerazione.
Le architetture generative assumono in quest’ottica un ruolo decisivo. Colonizzano il tempo sospeso della transizione e agiscono immediatamente nello spazio per apportare un cambiamento migliorativo, contribuendo allo stesso tempo alla comprensione del sistema osservato. La loro natura reversibile e sperimentale consente di superare la tradizionale separazione tra analisi e progetto, trasformando l’intervento in una forma di indagine attiva. Non si tratta di anticipare una soluzione definitiva, ma di introdurre dispositivi capaci di verificare ipotesi, attivare relazioni e rendere osservabili fenomeni che spesso rimangono invisibili alle classiche analisi preliminari.
Il progetto smette così di essere soltanto la conseguenza di una conoscenza acquisita sul sito, anche condivisibile in alcuni casi ma difficilmente argomentabile sul piano scientifico, diventando esso stesso uno strumento per produrre nuova conoscenza10. Questa condizione permette di reinterpretare le architetture generative come “dispositivi epistemici operativi”. La loro funzione non consiste esclusivamente nel modificare uno spazio, ma nel creare le condizioni affinché il territorio possa manifestare comportamenti, usi e dinamiche che altrimenti resterebbero latenti. L’intervento transitorio assume quindi il valore di un esperimento situato: una forma di azione che genera contemporaneamente trasformazione e comprensione. Da questo punto di vista, la riflessione di Michael Strevens nel libro “La macchina della conoscenza” offre una chiave interpretativa particolarmente utile. Se la validità della conoscenza non deriva dall’esistenza di osservatori perfettamente neutrali ma dalla possibilità di confrontare pubblicamente evidenze empiriche, allora anche il progetto può diventare una pratica di ricerca. Non perché sia in grado di rappresentare fedelmente e una volta per tutte la realtà territoriale, ma perché può formulare ipotesi, verificarle attraverso l’uso e sottoporre i risultati all’osservazione critica. La scientificità del progetto non risiederebbe quindi nella sua pretesa oggettività della forma, bensì nella sua capacità di produrre effetti osservabili e conoscenze sulle quali poter discutere11.
Le architetture generative diventano in questo senso dispositivi “sonda”: come i radio telescopi, sonde spaziali, vengono lanciati nello spazio per captare flebili segnali da galassie prossime ma totalmente inesplorate, dispositivi pionieri che permettono all’uomo di guardare e capire ciò che si nasconde oltre il limite del visibile. Come sondare nell’accezione marittima significa misurare la profondità del mare, verificare la conformazione del fondale e comprendere ciò che rimane invisibile sotto la superficie dell’acqua. Come anche le sonde terrestri, i carotaggi geologici, restituiscono informazioni sufficienti sulla struttura profonda del terreno rendendo possibile leggere sedimentazioni, fratture, composizioni materiche e tracce temporali invisibili in superficie. Riuscire a sondare un luogo per un progettista significherebbe riconoscere che la conoscenza di un territorio non è necessariamente qualcosa che precede l’intervento, ma qualcosa che può emergere attraverso di esso. Se, come si è detto, ogni processo di analisi è inevitabilmente parziale, soggettivo e condizionato dalla presenza stessa dell’osservatore, allora l’obiettivo potrebbe non essere più quello di raggiungere una conoscenza assoluta prima di agire. Al contrario potrebbe diventare necessario costruire strumenti capaci di apprendere dal territorio mentre lo si attraversa e lo si trasforma. Accettare quindi il potere trasformativo dell’osservatore e non temerlo12.
Sondare assume allora un significato che va oltre la metafora. Significa accettare che alcuni territori contemporanei non possano essere compresi integralmente dall’esterno e che, proprio per questo, la conoscenza debba essere costruita attraverso forme progressive di interazione. Significa sostituire alla logica della previsione quella della verifica, alla ricerca della soluzione definitiva quella dell’apprendimento continuo. Non perché il progetto debba rinunciare a trasformare il reale, ma perché oggi la trasformazione stessa può diventare uno dei modi più efficaci per comprenderlo. Le architetture generative sembrano offrire precisamente questa possibilità. Operano come sonde territoriali: si insediano temporaneamente in un luogo, ne attivano le potenzialità, ne osservano le reazioni e restituiscono informazioni che possono orientare interventi futuri più consapevoli. La loro natura transitoria non rappresenta quindi un limite o una condizione provvisoria in attesa di qualcosa di permanente, ma una qualità essenziale che permette di mantenere aperto il rapporto tra conoscenza e trasformazione.
Sondare diventa così una possibile postura del progetto contemporaneo. Un modo di agire che non pretende di eliminare l’incertezza, ma la assume come condizione inevitabile e produttiva. Un modo di intervenire che riconosce la precarietà di ogni interpretazione e che, proprio per questo, cerca nella realtà costruita una forma di verifica continua. In questa prospettiva il progetto non è più soltanto ciò che segue la conoscenza del territorio, ma anche ciò che contribuisce a produrla, facendo dell’architettura non solo uno strumento di trasformazione dello spazio, ma una pratica di ricerca capace di rendere progressivamente leggibile la complessità dei luoghi contemporanei.
Note
1. Vittorio Gregotti, Tempo e progetto, Skira, Milano 2020, p.75.
2. Fernand Braudel, I tempi della storia: Economia, società, civiltà, Dedalo, Bari, 1986.) (Fernand Braudel, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, 2° éd. entièrement revue et augmentée, Armand Colin, Paris 1966 (1° ed. 1949); trad. it. Il Mediterraneo e il mondo mediterraneo nell’età di Filippo II, trad. di Cecilia Storti, Giulio Einaudi Editore, Torino 1986.
3. Werner Heisenberg, Fisica e filosofia, Il Saggiatore, Milano 1961, p.73.
4. Paul Feyerabend, Science in a free society, New Left books, London 1978, (trad. it. di L. Sosio, La scienza in una società libera, Feltrinelli, Milano 1981) Steven Shapin, The scientific revolution, University of Chicago Press, Chicago 1996, (trad. it di M.Visentin, La rivoluzione scientifica, Einaudi, Torino 2003, p. XI.
5. Thomas Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, University of Chicago Press, 1962, (Trad. it. di Adriano Carugo, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Piccola biblioteca Einaudi, Torino 2009.
6. Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, (a cura di), Racconti brevi e straordinari, Adelphi, Milano 2020.
7. Alfred Korzybski, Science and Sanity: An Introduction to Non-Aristotelian Systems and General Semantics. Institute of General Semantics, Englewood, NJ 1933.
8. Sintesi del concetto esplorato in Gregory Bateson, Form, Substance and Difference, General Semantics Bulletin 37, Lakeville, CT 1970. Bateson riprende e approfondisce l’idea di Korzybski sulla cartografia e sulla relazione tra rappresentazione e realtà.
9. Si veda il caso italiano nel quale solo per la fase di appalto si hanno delle tempistiche superiori del 37% rispetto alla media europea, meglio solo della Grecia. (Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Banca Mondiale-Doing Business 2020).
10. Sul dibattito sulla scientificità del progetto nella ricerca si veda Roberta Amirante, Il progetto come prodotto di ricerca: un’ipotesi, (Alleli | Txt Vol. 4), LetteraVentidue, Siracusa 2018.
11. Michael Strevens, La macchina della conoscenza. Come l’irrazionalità ha creato la scienza moderna, trad. it di S. Frediani, Einaudi, Torino 2021.
12. Il concetto parafrasato compare in Kurt Lewin, Action Research and Minority Problems. In G. W. Lewin (Ed.), Resolving Social Conflicts, Selected Papers on Group Dynamic, American Psychological Association, Washington DC 1946, p. 143-152. e in Laura Saija, La ricerca azione in pianificazione territoriale e urbanistica, Franco Angeli, Milano 2017.
11. Michael Strevens, La macchina della conoscenza. Come l’irrazionalità ha creato la scienza moderna, trad. it di S. Frediani, Einaudi, Torino 2021.
12. The paraphrased concept appears in Kurt Lewin, Action Research and Minority Problems. In G. W. Lewin (Ed.), Resolving Social Conflicts, Selected Papers on Group Dynamic, American Psychological Association, Washington DC 1946, p. 143-152. and in Laura Saija, La ricerca azione in pianificazione territoriale e urbanistica, Franco Angeli, Milano 2017.