Pensieri

Replicare

Griglia di dieci ritratti incisi, ciascuno racchiuso in una cornice ornamentale.
Illustrazioni tratte da Le vite dei più eccellenti pittori, scultori, e architettori. Giorgio Vasari, 1568

Nel corso di circa dieci anni di workshop dedicati alla rigenerazione di spazi urbani e rurali e all’allestimento di spazi interni, Unica Space Force ha progressivamente consolidato una pratica basata su una grammatica compositiva e costruttiva semplice: elementi in legno, assemblati in autocostruzione attraverso processi partecipativi, capaci di riconfigurare ambiti temporaneamente in attesa di trasformazione. Sistemi di sedute, panche, sgabelli, pergole, dispositivi d’ombra, microarchitetture per il gioco o il ritrovo: elementi ordinari, non specializzati, concepiti come dispositivi formali che attivano e sostengono pratiche d’uso, ossia invitano le persone a sostare, incontrarsi e abitare lo spazio. Nel tempo, questi workshop hanno dato vita a una moltitudine di interventi, diversi per composizione, forma e condizioni di contesto, ma tutti riconducibili a un medesimo vocabolario operativo e costruttivo basato sull’utilizzo di poche tipologie di elementi lignei e su un repertorio di nodi pressoché riferibile a minime varianti, condizione che deriva dall’impiego di sistemi elementari di ancoraggio con viti.

È proprio la reiterazione, consolidata nel tempo, riconoscibile e operante, a sollevare una riflessione che oltrepassa la singola esperienza progettuale. Ci si domanda cosa accade quando una stessa grammatica spaziale viene ripetuta nel tempo, attraversando luoghi, comunità e contesti urbani differenti. Se da un lato la reiterazione sembra garantire una certa efficacia del metodo, rendendo replicabile in tempi brevi un processo di attivazione dello spazio pubblico, dall’altro essa pone una questione che investe la natura stessa della variazione.

Quanto, di ciò che cambia da un intervento all’altro, è realmente significativo ed esplorativo? E quanto invece resta confinato entro un campo di possibilità già implicitamente definito dalla grammatica iniziale? Fino a che punto, cioè, una struttura di regole semplici, reiterata nei modi e nel tempo, è in grado di produrre differenze spaziali effettive, e da quale punto invece tende a consolidare un repertorio di forme riconoscibili, quasi tipologiche? La questione, allora, eccede la capacità del progetto di generare differenza e si concentra piuttosto sulla dimensione di soglia, intermedia e indefinita, oltre la quale la ripetizione smette di essere generativa e si fa riconoscibile e stabilizzante, perché prossima alla definizione di un linguaggio autonomo.

Replicabilità vs. differenza

Dopo la realizzazione di numerosi interventi, la questione centrale riguarda il rapporto tra replicabilità e differenza, lungo il quale la ripetizione introduce una soglia critica. La ripetizione — di moduli, di uno stesso elemento costruttivo, di uno stesso nodo — non è infatti un’operazione neutra: produce invarianti e, con esse, riconoscibilità.

È l’annoso dilemma che, nel campo della tipologia, si riflette nel rapporto tra tipo e variazione1 e che qui riemerge a partire dalla tensione interna a un sistema di interventi legati da un comune vocabolario costruttivo-spaziale. Osservando il ciclo dei workshop, i singoli dispositivi e la significatività dei loro usi, si comprende come essi costituiscano un sistema nel quale il progetto di architettura non si misura nell’esito del singolo intervento, ma nella capacità di generare variazione a partire da un insieme costante di regole. Occorre dunque precisare l’ambito entro cui variazione e replicabilità si intrattengono. In questo spazio intermedio i dispositivi autocostruiti assumono una particolare rilevanza: essi rendono esplicito un linguaggio comune e consentono insieme l’adattamento e la reinterpretazione, tanto attraverso il pensiero progettuale quanto attraverso il fare costruttivo. Ne deriva una modalità di lavoro aperta e corale, in cui la continuità delle regole impone alcuni limiti alla trasformazione ma, al tempo stesso, ne moltiplica le varianti e ne costituisce la condizione, alimentando una dinamica costante in seno alla ripetizione stessa.

La presenza di regole condivise e durevoli accomuna la teoria tipologica alle forme storiche di produzione collettiva dell'habitat e si chiarisce se osservata attraverso la nozione di tipo. Il tipo è una struttura di relazioni che consente il permanere di una continuità attraverso le trasformazioni: a permanere non è la specificità dell’oggetto, ma il sistema di regole che ne orienta la produzione. In questo senso la replicabilità dei dispositivi autocostruiti può essere interpretata come una forma contemporanea di ragionamento tipologico: ogni intervento è diverso dagli altri, ma tale differenza si sviluppa all'interno di un campo di possibilità condiviso.

La pratica dell'autocostruzione come azione collettiva si avvicina alle forme di produzione dello spazio descritte dagli studi architettonici come architettura spontanea o architettura senza architetti2: in esse la costruzione dell'habitat, non riconducibile alla figura del progettista, si struttura attraverso la progressiva assimilazione di codici, regole e tecniche condivise da intere comunità di abitanti-costruttori.

Gli insediamenti si formano così nel tempo, per sedimentazione, attraverso la ripetizione di pratiche costruttive, adattamenti funzionali e trasmissioni informali del sapere. Anche in questi casi la nozione di tipo rimanda a una continuità che rende possibile il mutamento stesso: «Il pensare per tipi [...] significa pensare per analogie, immagini e metafore. Non definisce ciò che deve effettivamente essere compreso ma come qualcosa viene compreso. All’intelletto e al pensiero fornisce una direzione e comprende in sé soprattutto il concetto di continuità. Nello stesso senso in cui viene interpretata la continuità di un tipo, s’interpretano anche il suo mutamento e la sua trasformazione, i suoi diversi stati e significati»3. È precisamente in questa relazione tra permanenza e trasformazione che si riconosce il carattere dell'architettura ordinaria e vernacolare, quella radicata nei luoghi, in cui la coerenza dei linguaggi costruttivi deriva da un processo collettivo. L’autocostruzione e l’architettura di base condividono perciò la dimensione collaborativa, l'essenzialità dei mezzi costruttivi e l'appartenenza a un sistema di regole sottese, implicite ma operanti, che rendono possibile insieme la replica e la variazione. Nel caso di Unica Space Force questa continuità di regole prende corpo nella materialità geometrica e tettonica di un singolo, ordinario elemento costruttivo, che converte un limite fisico in una precisa e feconda maniera spaziale: la tettonica, qui, è l’arte del costruire colta nella sua dimensione espressiva.

La grammatica costruttiva

Nei progetti raccolti in questo volume la ripetizione si manifesta su più livelli: alcuni intrinseci all’uso di un solo elemento costruttivo, altri legati alle modalità con cui questo può essere assemblato, altri ancora derivati da un approccio progettuale che, consolidatosi nel tempo, si è evoluto in una consapevole e feconda maniera.

Il componente e la superficie vibrata

Una prima forma di ripetizione riguarda la natura stessa del componente costruttivo, identificabile nel morale di abete di sezione 7x7 centimetri e lunghezza standardizzata di 4 metri. Questa misura commerciale agisce come ordinatore e vincolo geometrico primario, governando sia lo sviluppo verticale dei dispositivi, sia l’estensione delle loro coperture. Nei piani verticali la tolleranza formale è dettata dal confronto con l'instabilità per snellezza del legno, ossia con la tendenza di un elemento lungo e sottile a flettersi sotto carico; negli orizzontamenti la luce massima — la distanza coperta tra due appoggi — coincide geometricamente con la lunghezza del pezzo, ma incontra un limite statico ancora più stringente nella ridotta sezione strutturale, intrinsecamente soggetta a flessione già sotto il solo peso proprio. Ai tavoli di lavoro tale parametro richiede una costante mediazione tecnica che impone di contrastare l’elevata snellezza e di contenere le deformazioni, riducendo l’elemento o ricorrendo a dispositivi rompitratta. La soglia materico-dimensionale del morale cessa così di essere un mero dato strutturale e si tramuta in regola spaziale: il limite fisico della materia si converte in un vincolo operativo cosciente, e la luce libera di 4 metri diventa la matrice che stabilisce lo spessore e la scala dei manufatti, traducendo un limite tecnologico in una precisa misura dello spazio.

Accanto a questa logica di assemblaggio, una seconda forma di ripetizione, che interseca tutti i livelli sopra richiamati, risiede nell’aver consolidato l’uso del morale secondo un’alternanza di presenza e assenza. Tale alternanza genera, nella definizione tanto dei piani verticali (pareti e diaframmi, cioè pareti-schermo) quanto di quelli orizzontali (coperture, pergolati e ombreggi), una teoria di pieni e vuoti rigorosamente governata dal passo modulare dell’elemento 7×7 centimetri. La reiterazione del componente definisce così una superficie vibrata, la cui permeabilità — il grado in cui la parete lascia passare lo sguardo, la luce e l’aria — si articola su più livelli quando la tessitura viene stratificata in spessore. La stratificazione — sfasamento in asse dei morali, con il pieno in corrispondenza del vuoto sottostante anche per mezzi moduli, oppure inserimento di elementi trasversali con funzione di distanziatori — dà vita a una molteplicità di configurazioni di parete generate da un'unica matrice tettonica: una modalità esecutiva che, pian piano, si è strutturata come consapevole maniera e consuetudine operativa.

La tassonomia dei nodi

Anche i nodi sono un ambito in cui si manifesta una ripetizione consolidata, nelle modalità con cui si declina il vincolo di semi-incastro, cerniera e appoggio. Si tratta di principi di assemblaggio ricorrenti che trovano una propria espressione, prima empirica e poi teorica, nell'articolazione dei giunti strutturali.

Questi elementi di contatto, che nella maggior parte dei casi connettono elementi orizzontali ed elementi verticali, sono microscopi tettonici4, dispositivi attraverso cui decodificare la complessità dell’intera struttura a partire dalla sua unità minima. Nella pratica dell’autocostruzione svolta finora il giunto è sia un elemento unico nel quale si concentrano tutte le forze statiche ed espressive, sia un sistema continuo di relazioni geometriche, classificabile secondo alcune principali logiche di assemblaggio. Il principio generale predilige l’accostamento e la legatura per piani paralleli: i morali longitudinali e trasversali si sovrappongono ortogonalmente, inserendosi nello spazio modulare definito dai montanti. Si escludono lavorazioni complesse del legno, affidandosi interamente a giunzioni per accostamento e sovrapposizione, ortogonale o parallela.

- Il nodo basamentale e l’attacco al suolo. In questa configurazione la sezione del morale ligneo, il modulo 7x7 gestisce il passaggio cruciale tra l'orizzontalità complanare dei piani di calpestio e i diaframmi in elevazione. La stabilità strutturale del dispositivo è garantita alla base incrementando la densità materica attraverso una stratificazione orizzontale in spessore: una serie di spezzoni di morale, di dimensioni pari allo spessore della parete in elevazione, tagliati e sovrapposti, si inserisce a pettine tra i montanti principali, configurando una massa muraria lignea “a ceppo” che massimizza la superficie d'appoggio e stabilizza l'intera parete contro le sollecitazioni di ribaltamento.

- Le connessioni intermedie. Risalendo sullo sviluppo verticale, i punti di connessione intermedi sono sistemi di legatura che solidarizzano meccanicamente i diversi strati tramite viti, risolvendo l'instabilità flessionale e l'elevata snellezza dei singoli elementi lignei: incrementano l'inerzia complessiva della parete-diaframma senza ricorrere a incrementi di sezione del morale. Ciò è possibile dove l’invarianza del passo di 7 centimetri consente di tessere orditure parallele disposte su piani di posa differenziati in profondità. La permeabilità visiva si calibra qui accoppiando le tessiture secondo lo sfasamento assiale (pieno su vuoto) e si arricchisce introducendo elementi trasversali con funzione di distanziatori puri e rompitratta.

- I nodi di coronamento e d’angolo. Maturano spesso una configurazione tridimensionale, un sistema spaziale a elementi incrociati e passanti. I supporti verticali raddoppiano, strutturandosi come montanti composti che superiormente abbracciano l’elemento traverso passante nelle due direzioni ortogonali: un dispositivo di incastri a pettine pluridirezionali, in cui le orditure si compenetrano e proiettano nelle tre dimensioni dello spazio il ritmo vibrato delle superfici. Si ricerca l'allineamento millimetrico delle teste dei morali superiori per ottenere intradosso ed estradosso — la faccia inferiore e quella superiore — perfettamente complanari. I morali trasversali posti alle estremità fungono insieme da chiusura formale e da distanziatori, bloccando il passo ritmico dell’orizzontamento.

La vibrazione della luce, leggibile nell’ombra che si proietta al di sotto, dimostra come il dettaglio del nodo governi direttamente la qualità spaziale e la permeabilità dell'intero dispositivo architettonico. La sporgenza intenzionale delle teste dei morali oltre il filo del montante d'angolo enfatizza invece la natura dell'assemblaggio e celebra il giunto come elemento al tempo stesso strutturale e linguistico. Questo sistema di incastri crea un contrappunto ritmico tra la verticalità dei montanti e l'orizzontalità delle travi, proiettando nello spazio tridimensionale quella stessa successione di pieni e vuoti che caratterizza le pareti vibrate sottostanti.

Dalla grammatica al linguaggio:
stabilità e maniera

Quando una soluzione costruttiva viene reiterata sufficientemente a lungo, la sua funzione eccede progressivamente il problema tecnico che l'ha originata. Il modulo, il nodo e la tessitura smettono di essere semplici strumenti di costruzione e diventano elementi riconoscibili di un linguaggio: la loro ripetizione produce continuità tra interventi differenti e rende possibile identificare una parentela formale anche dove cambiano il contesto, il programma d’uso e la configurazione dello spazio.

Tale riconoscibilità non è un fatto intenzionale, ma l’effetto cumulativo di una pratica che consolida nel tempo le proprie regole operative: ciò che inizialmente nasce come economia di mezzi e necessità costruttiva si trasforma progressivamente in una forma di coerenza linguistica. La replicabilità riguarda allora sia gli oggetti costruiti sia il sapere necessario alla loro costruzione. Workshop dopo workshop, le regole operative vengono assimilate attraverso l'esperienza diretta, la ripetizione dei gesti, l'osservazione reciproca e la risoluzione condivisa dei problemi costruttivi; in questo senso dal progetto hanno origine insieme manufatti architettonici e una forma di conoscenza incorporata nelle pratiche. La continuità del sistema dipende dunque tanto dalla permanenza dei suoi elementi materiali quanto dalla trasmissione delle competenze che ne consentono la riproduzione.

È forse a questo punto che emerge la questione più delicata. La replicabilità, intesa come consuetudine del processo, si è affermata in Unica Space Force come una vera e propria tecnologia progettuale, che agisce simultaneamente su tre livelli distinti ma intrecciati.

Il primo è il livello operativo, in cui la replicabilità produce efficienza: riduce i tempi di costruzione, persegue la stabilizzazione dei processi, rende il progetto realizzabile in breve tempo in contesti diversi. La ripetizione degli stessi modelli di assemblaggio, a partire da uno stesso elemento e dalle medesime modalità di costruzione dei nodi, è una risorsa che consente di adattare il dispositivo senza doverlo reinventare da zero.

Il secondo è il livello pedagogico, in cui la ripetizione della stessa grammatica costruttiva consente la trasmissione del sapere attraverso l’esperienza diretta. La costruzione diventa apprendimento collettivo, e la stabilità del linguaggio è ciò che rende possibile l’acquisizione di competenze tecniche da parte di studenti e partecipanti.

Il terzo è il livello che si raggiunge quando la replicabilità costruisce il linguaggio. Qui essa cambia natura. Ciò che nasce come strumento operativo e pedagogico diventa anche una forma di produzione dell’architettura dello spazio, dotata di una propria coerenza espressiva. Se da un lato questa “tecnologia” consente la diffusione di pratiche leggere e temporanee di attivazione dello spazio pubblico, dall’altro introduce il rischio di una progressiva stabilizzazione del linguaggio. Ogni linguaggio sufficientemente stabile tende, infatti, a produrre riconoscibilità, e ogni riconoscibilità tende a sua volta a delimitare un repertorio. Interventi diversi per contesto e intenzione tendono a condividere una stessa logica formale e costruttiva in cui la variazione, pur presente, rimane interna a un campo di possibilità definito dalla grammatica iniziale.

Il punto critico, in definitiva, non investe la qualità dei singoli progetti né la loro capacità di attivazione locale, argomenta invece la natura complessiva del sistema che essi costruiscono nel tempo. La soglia critica coincide con il momento in cui il linguaggio acquisisce un'autonomia tale che la variazione rischia di trasformarsi in maniera.

Storicamente la transizione verso la maniera si compie quando un linguaggio strutturato di regole, la norma classicista della prima metà del Cinquecento, viene assimilato a tal punto da consentire ai suoi artefici di operare non più secondo le regole, ma sulle regole stesse, distorcendone i nessi logici, esasperando i dettagli, introducendo eccezioni e tensioni tettoniche controllate all'interno di un sistema apparentemente ortodosso5.

Nei dispositivi in legno di Unica Space Force questa soglia critica si manifesta esattamente nello stesso modo. Il morale 7x7 centimetri e il nodo a vite, inizialmente concepiti come strumenti di un'economia di mezzi legata all'urgenza della contingenza e della didattica, si affrancano dalla loro originaria innocenza funzionale. Una volta che il sistema costruttivo è stato codificato e stabilizzato, ogni nuovo intervento si trova a operare in un regime di "maniera concettuale": il progettista-costruttore, gli studenti, conoscono così bene i limiti statici, le tolleranze materiche e le configurazioni del giunto da poter iniziare a forzarli.

La variazione, allora, sviluppandosi a partire dalle specificità del contesto urbano o rurale assume il carattere di un’indagine interna al linguaggio stesso: lo sfasamento assiale di pieni e vuoti, l’estrusione intenzionale delle teste nei nodi d’angolo, la stratificazione "a ceppo" dell'attacco a terra cessano di essere soluzioni meramente tettoniche e diventano figure retoriche di un discorso architettonico autonomo. La vera tensione che qui si intende sollevare risiede in questo spessore concettuale: quanto il sistema di regole si irrigidisce all’interno di un repertorio tipologico chiuso, dove l'esito spaziale dei dispositivi architettonici è programmaticamente prevedibile e l'attivazione dello spazio urbano rischia di ridursi alla reiterazione di uno stesso linguaggio, e quanto invece la maniera, nella sua accezione feconda, viene assunta come postura critica consapevole, tale per cui la reiterazione potenzialmente infinita del morale 7x7 centimetri può diventare il campo sperimentale per continuare a produrre habitat generativi.

Note

1. Sul rapporto dialettico tra invarianza tipologica e variazione formale, si veda la riflessione teorica di: Antonello Sanna, Progetto e contesto, Gangemi, Roma 2012; per un'estensione di tale dinamica modulare applicata ai dispositivi di attivazione contemporanea dello spazio pubblico, si rimanda all'opera e ai testi di Giancarlo Mazzanti, in particolare: Giancarlo Mazzanti, El juego como estrategia de proyecto, Mesa Editores, Medellín 2017.

2. Il riferimento fondamentale per le dinamiche insediative autocostruite e sottratte alla paternità del singolo progettista è il lavoro seminale di Bernard Rudofsky: Bernard Rudofsky, Architecture Without Architects: An Introduction to Non-Pedigreed Architecture, Museum of Modern Art, New York 1964.

3. Osvald Mathias Ungers, Pensare in termini tipologici, in Dieci opinioni sul tipo,

«Casabella», n. 509-510, Milano 1985, pp. 92-94.

4. L'espressione estende in chiave critica la lezione di Marco Frascari, per il quale il dettaglio costruttivo costituisce il "micro-testo" fondamentale in cui si fondono l'atto del pensare (cogitare) e del costruire (construere). Si veda: Marco Frascari, The Tell-the-Tale Detail, in Via 7: The Building of Architecture, 1984, pp. 22-37.

La centralità poetica del giunto come generatore formale rimanda altresì alle tesi di Kenneth Frampton, Studies in Tectonic Culture, MIT Press, Cambridge (Mass.) 1995.

5. Sulla nozione di maniera intesa non come sterile eclettismo o ripetizione meccanica, ma come autoconsapevolezza critica e speculazione interna al codice linguistico dell'architettura, si veda lo studio di Manfredo Tafuri, L'Architettura del Manierismo nel Cinquecento europeo, Officina Edizioni, Roma 1966.

Per un'estensione del concetto di manierismo come postura metodologica applicata ai sistemi logico-formali della progettazione contemporanea, resta fondamentale la lettura di Colin Rowe, Mannerism and Modern Architecture, in Id., The Mathematics of the Ideal Villa and Other Essays, MIT Press, Cambridge 1976 (trad. it. Zanichelli, Bologna 1990).

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