Pensieri

Inspessire

Ecografia in bianco e nero con un embrione visibile nel sacco gestazionale.
Ecografia di utero umano durante la gravidanza. Si vedono la cavità endometriale abitata, il suo spessore e la sua densità perimetrale.

La dimensione reale della costruzione

Un’autocostruzione è anzitutto un fatto costruito. I dispositivi autocostruiti effimeri in legno sono caratterizzati da due dimensioni, una spaziale e una temporale. La prima è una dimensione tettonica, la seconda una dimensione effimera.

L’effimero è un fatto costruito destinato a scomparire, a essere smontato e trasformato. Come tutti i fatti costruiti, come ogni esistenza terrena. Questo suo carattere ne assegna una collocazione nella scala del tempo misurata e appropriata ai fatti umani. Anche per questo forse tra le forme di manifestazione dell’operosità umana è una di quelle che assume un principio di realtà non solo come autoaffermazione, ma come accettazione dei limiti imposti dal reale. Allora, sotto questo punto di vista, il carattere dell’effimero sta non tanto nell’essere destinato a scomparire, ma nell’esistere per un tempo dato, un tempo necessario a trovare una disposizione, cioè una collocazione operante, uno scopo, che nei fatti umani è generalmente di natura relazionale. La condizione di realtà, quindi, non risiede nella sola concretezza della sua dimensione costruttiva, ma nella consapevolezza e nell’accettazione di questi limiti.

La disposizione operante per dispositivi architettonici non specialistici, non univocamente determinati all’assolvimento di un qualche programma specifico, si traduce efficacemente nell’essere accoglienti, in una condizione porosa che permetta di proiettarvi aspettative, potenzialità delle comunità e dei singoli che vi entrano in contatto. La logica dei workshop è quella d’interpretare i luoghi e misurarne, metterne alla prova il potenziale, per lo più senza introdurre un presidio programmatico stabilito. Una logica non di colonizzazione ma di (ri)appropriazione.

La dimensione tettonica si accompagna a quella dell’effimero perché è quella che meglio ne rende possibile l’esistenza. «Inutile dire che non sto alludendo alla pura rivelazione della tecnica costruttiva, ma piuttosto al suo potenziale espressivo. Il mio assunto è che la natura inevitabilmente terrena del costruire è tanto di carattere tettonico e tattile quanto è scenografica e visiva, anche se nessuno di questi attributi può negarne la spazialità. Ciononostante, possiamo affermare che il costruito è in primo luogo e soprattutto una costruzione concreta e, solo successivamente, un discorso astratto che si basa sulla superficie, sul volume e sulla pianta»1. Una dimensione di concretezza che non permette dissimulazioni dell’atto del costruire. Se la costruzione della forma passa sempre per la forma della costruzione, difficilmente in questo caso il processo si conclude con un’autonomia della forma rispetto alla costruzione. Più che com’è, com’è fatta appare.

La dimensione generativa dello spessore

Il carattere tettonico delle architetture effimere incrocia – è il caso di dirlo – il tema della matrice, prima che di un sistema di regole e di un linguaggio, sintesi di una dimensione generativa più generale. La matrice, anche nella sua declinazione matematica più astratta, infatti, rimanda a una idea di tessitura, di trama e ordito, di dispositivo ordinatore e operativo, di sistema relazionale, richiamo di quella dimensione tettonica sopra enunciata. «Non ho mai considerato l’architettura come un oggetto ermetico o un pezzo d’arte […] ma come qualcosa che si dà alle altre persone perché, in determinate condizioni, la interpretino. […] Paradossalmente, alcune volte ho ascoltato altri architetti dire che le loro opere fossero fatte per essere contemplate. Questo ha a che vedere con l’astrazione […] che anche se è uno strumento necessario per progettare e porre le domande che genera qualsiasi enunciato, sia necessario ritornare alla realtà e materializzarla perché sia abitabile. […] La realtà sta lì dove la vita si svolge, con quella potenza che sempre si manifesta col passare del tempo, che sia in forma di variazione climatica, d’interpretazione degli utenti o di appropriazione del luogo. La nostra professione non consiste tanto nel generare contorni, quanto condizioni: elementi materiali con le loro geometrie, scale e modi di disporsi nello spazio e nel tempo […] che possano essere interpretate dalle persone che le occuperanno e che si materializzeranno attraverso l’abitabilità. L’architetto e professore Dani Freixes commentò che le architetture pensate a partire dai contorni sono più maschili, quelle che generano determinate condizioni per ottimizzare e migliorare l’abitabilità, femminili. […] Un’architettura delle condizioni è come l’architettura di quell’utero materno che ti accoglie, che ti permette di abitare uno spazio-casa»². La dimensione generativa è una dimensione di bordo invece che di contorno, di margine, anziché di limite e intrinsecamente spessa, predisposta a gestire la complessità. Infatti, le condizioni di abitabilità normalmente sono legate a un aumento nella concentrazione di manufatti, oggetti, dispositivi. L’articolazione dello spazio permette di caratterizzarne alcune parti, di modellarne la forma affinché possa meglio rispondere ad alcuni usi e pratiche. Quando questo accade, si registra un aumento della densità di eventi, di presenze, di relazioni. Spesso questo tipo di aggregazioni dense si manifestano lungo i bordi, nelle aree di transizione o dove esistano conformazioni, come quelle interstiziali, che favoriscano “naturalmente” l’aumento della densità. Si genera allora un apparato corticale preparatorio che consente alla vita di attecchire, come la superficie dura e arida intaccata dalle specie pioniere, come l’endometrio che colonizza l’utero a intervalli di tempo ciclici. Ancora spazio e tempo.

La parola “spesso” ha due significati, il primo qualifica una dimensione trasversale significativa rispetto alle altre due dimensioni spaziali, il secondo descrive una condizione che si ripete con una certa frequenza nel tempo. La dimensione dello spessore è perciò caratterizzata da queste due entità, in entrambi i casi relazionate alla quantità: quantità di materia, quantità di tempo. La condizione perché si possa fare riferimento alla frequenza è che l’identità di un fenomeno resti invariata e che quindi vi sia una sua ripetizione, ciclica. La natura dello spessore che si origina nell’accumulo di materia può assumere forme differenti, ma farà sempre riferimento a questo binomio inscindibile tra quantità spaziali e temporali: materia e ripetizione. La costruzione è un fatto umano (e sociale) che emerge dal caos, dall’accidentale e può essere replicata, segue una matrice, stabilisce gerarchie e ordini e, se non necessariamente di un progetto, necessita almeno di regole e coordinate. La ripetizione è la chiave per poter riconoscere, leggere o stabilire un ordine, per scrivere un codice, replicarlo o variarlo. Quale che sia la forma dello spessore la sua natura costitutiva è strettamente identificata con una dimensione tettonica, nella quale la costruzione e la forma tendono a coincidere. Da questo punto di vista l’azione del costruire ha perfino maggiore interesse rispetto alla forma costruita, spostando l’accento dal progetto sul processo.

La dimensione complessa d’inspessire

L’azione di inspessire agisce a due scale differenti: una costruttiva e una di prossimità. La prima ha una dimensione oggettiva, misurabile sia negli aspetti legati alla costruzione materiale che a quella figurata (linguaggio); la seconda ha una dimensione qualitativa che estende la profondità della prima; una dimensione relazionale, che dipende dalle condizioni in cui s’inserisce e con quali soggetti e luoghi interagisce.

_costruttiva. Il sistema costruttivo è definito da due soli materiali e da due regole. Fin dalle origini di questi tre lustri di sperimentazione i materiali da costruzione scelti sono stati il legno e l’acciaio. Il legno in diverse forme utilizzate nel tempo: morali, tavole, pannelli e pallet; l’acciaio sempre e soltanto in una: viti.

Col tempo si è avviato un processo di riduzione verso un unico elemento costruttivo a forte sviluppo longitudinale a discapito di altre forme planari. Questa scelta ha individuato il morale di legno massello di conifera come l’elemento base migliore per la costruzione. Se il riduzionismo costruttivo da un lato agevola la chiarezza e l’efficacia dell’esperienza didattica e riduce l’impronta ecologica, dall’altro depotenzia il filone di sperimentazione sulle forme planari semplici (pannelli) e complesse (pallet) che, probabilmente, non hanno esaurito la loro portata esplorativa sia in termini di forma, sia in termini di varietà di programmi supportabili e pratiche d’uso.

Il riduzionismo ha fin da subito riguardato anche la scelta costruttiva legata all’uso dell’acciaio che è usato nella sola forma di viteria di diverse dimensioni e uso. L’acciaio quasi scompare alla vista, se non per minime apparizioni, talvolta indugiando sul dettaglio di finitura della testa impreziosita dall’impronta di avvitamento (torx, ormai predilette rispetto alle croci). La logica seguita è quella di evitare l’esposizione alla vista delle viti quando non strettamente necessaria e in ogni caso gestirne la posa secondo allineamenti che, se non concorrono alla costruzione di un linguaggio come subordinate, nemmeno introducano eccessivo rumore di fondo.

Questa scelta, che mette in primo piano il legno e sembra incentrata sul solo obiettivo di scomparsa dell’acciaio, è la condizione determinante per la realizzazione di un efficace ed efficiente tipo di unione a taglio, con nodi realizzati per contatto diretto legno – legno. L’unione a taglio consente di massimizzare le proprietà meccaniche delle viti d’acciaio e delle fibre del legno, distribuendo le forze secondo direttrici sempre perpendicolari ai rispettivi assi longitudinali e dunque garantendo la massima resistenza allo sforzo di entrambi i materiali, superando così il limite dato dall’anisotropia del legno che nella direzione parallela alle fibre offre capacità di resistenza particolarmente ridotte, al limite dell’efficacia di ancoraggio della vite.

Sebbene sul piano dell’immagine il primo livello di comunicazione è quello veicolato dal materiale per colore, venatura e finitura, è la tecnica realizzativa ad avere a che fare strettamente con la costruzione di un linguaggio riconosciuto e riconoscibile, coerente dalla scala del nodo a quella dell’impianto. L’unione a taglio, infatti, realizzata a mezzo delle viti, consente di mettere in opera una costruzione per tessitura, attraverso una intelaiatura a vista esplicitamente e linguisticamente tettonica. La regola fondamentale della costruzione del nodo necessario alla tessitura è infatti il raddoppio per sovrapposizione o giustapposizione. Tutti gli elementi necessari allo sviluppo della costruzione sono realizzati seguendo questa regola di montaggio. Che si debbano realizzare montanti isolati, pareti portanti, schermature orizzontali o verticali, controventi, contrafforti, ancoraggi, cassoni di zavorra, sedute lineari, sedute integrate, perfino le sedute isolate, gli sgabelli che nel tempo hanno cominciato ad accompagnare ogni nuovo episodio dei laboratori, l’accostamento degli elementi è la regola fondamentale per il corretto montaggio.

_di prossimità. Seguendo il filo della costruzione, ogni livello dispone di una sua proiezione relazionale, in termini di contesto ambientale, spazio fisico, vegetazione, abitanti. La scomparsa visuale dell’acciaio espone il legno come “unico” materiale della costruzione. Come detto, questo diventa il veicolo di comunicazione più immediato, specialmente per le sue caratteristiche visuali. Questa prima percezione, anche molto mediatica, è soltanto una anticipazione della proprietà tattili del materiale, che conferiscono profondità all’immagine arricchendola di percezioni più profonde e coinvolgenti a livello corporeo. La piacevolezza al tatto è dovuta alla finitura liscia ma a poro aperto e alla bassa conducibilità termica.

La dimensione tettonica della costruzione, sintetizzata dal nodo e dal ritmo espresso dalle regole di accostamento e assemblaggio dei pezzi, può esprimersi in linguaggio, che di per sé definisce un potenziale campo relazionale semiotico, giocato sul filo della tracciabilità e rintracciabilità sul territorio d’interventi simili. Tuttavia, sono gli elementi costruttivi che quei nodi consentono di realizzare, quali pilastri, travi, contrafforti, puntoni, tiranti, controventi, pareti, schermature, chiusure orizzontali, sedute, zavorre, a estendere il campo semantico dell’azione di inspessimento, legandone la dimensione tettonica costitutiva a una morfologica e d’uso. Se il ritmo cadenzato delle tessiture lignee è anche una forma di adattamento al contesto che alleggerisce la forma da velleità impositive, sfumandole in una vibrazione chiaroscurale, la permeabilità visuale che ne consegue costruisce condizioni di abitabilità agenti su diversi livelli. A un primo livello la permeabilità si traduce in spazi praticabili e attraversabili dalle persone, spazi del percorrere e dello stare, e non oggetti da guardare. A un secondo livello si ha la permeabilità visuale, che rafforza il ruolo di presidio del sito, un’architettura che non ha l’obiettivo di essere vista, ma di fare vedere, di mostrare la vita che la circonda, l’attraversa e l’abita, aumentando al contempo la sicurezza sociale e il senso di appartenenza. Un terzo livello si traduce nel fornire un supporto adatto all’interazione con la vegetazione. I sistemi intelaiati e le schermature sono ottimali supporti per la crescita, protezioni dall’eccessivo calore o schermature dal vento. Questi livelli d’interazione contribuiscono a radicare queste piccole architetture ai luoghi, anche attraverso la ciclicità stagionale e allo stesso tempo rafforzando la creazione di habitat, migliorati da micro condizioni bio-climatiche favorevoli. Le due scale di azione del verbo inspessire si muovono secondo quella dinamica di innesco e relazione ben descritta nel testo “Arranque y oscilacion”3 da Mansilla e Tuñón, secondo cui, data un’idea esterna al contesto che faccia da innesco per la costruzione di un sistema (formale, costruttivo), sia poi il confronto con la realtà a pattuire i limiti, trovare il potenziale e le variazioni di uno sviluppo progettuale. La scelta a priori di un sistema costruttivo semplice non si traduce in un versamento di oggetti indifferenti al contesto e risolti in sé stessi, ma al contrario in una ricerca di confronto anche tattile, ben espressa dal verbo usato dagli architetti spagnoli, rozarse (toccare, accarezzare) che trova nella dimensione del processo costruttivo, in quell’adesione a un principio di realtà richiamata in apertura, la sintesi di questa esperienza.

La dimensione del quotidiano

In rapporto all’esperienza umana il tempo lungo è assimilabile a un’astrazione, mentre l’intervallo, la durata breve o ciclica come quella stagionale, ne condivide il tempo presente, quello della vita. La condizione effimera dell’architettura si colloca quindi in una scala temporale umana, in una dimensione generativa e di abitabilità, che contribuisce al fatto che ciascuna esperienza di autocostruzione possa essere un potenziale incubatore e catalizzatore di eventi, tensioni, relazioni, misurazioni, anticipazioni, miraggi, che stimolano l’ambiente nel quale s’inseriscono, contribuendo a innescare un processo d’habitat. La durata di questo habitat può legarsi strettamente al dispositivo specifico, all’esperienza nel suo complesso o essere l’avanguardia di un sistema futuro più stabile. Nel primo caso la durata sarà breve e i dispostivi costruiti effimeri in senso pieno; nel secondo caso potrà avere una durata protratta dal prendersene cura da parte di una comunità, fino ai limiti di durabilità dei materiali; nel terzo caso si potrà ambire a una durata maggiore, per sostituzione con dispositivi stabili o un nuovo progetto dello spazio.

Habitat condivide un’origine comune con habitus, collocandosi nell’alveo del verbo latino habeo (avere). Se guardiamo a questo verbo da una prospettiva di durata, non di consumo ma di uso, allora il significato può essere quello di far proprio qualcosa, di qualcosa che diventa parte dell’esistenza. È interessante sottolineare allora la vicinanza al termine abitudine, perché ci si ritrova la collocazione autentica delle esperienze di autocostruzione: nell’ordinario, nel quotidiano, nella dimensione dello specchio (si veda, in questo testo, il manifesto), al di fuori di qualsiasi logica oggettuale autoriferita. Rovesciando l’imbuto, il campo semantico di habeo perde definitivamente l’accezione di possesso per virare verso una sfumatura relazionale necessaria ai processi (ri)generativi che i DAE4, dispositivi autocostruiti effimeri, provano a dispiegare: (ri)appropriarsi di qualcosa, nel suo significato più ampio e sociale di adottare, avere cura.

Note

1. Kenneth Frampton, Riflessioni sulla scopo della tettonica, in Tettonica e architettura. Poetica della forma architettonica nel XIX e XX secolo, Skira, Milano 2005, p.20.

2. Toni Gironès, Condiciones de habitabilidad, in El Croquis, n.189, Madrid 2017, pp. 200-202.

4. DAE: Dispositivi Architettonici Effimeri, il gioco di parole che allude al dispositivo medico cardiologico è casuale, ma non rifuggito per le analogie rispetto al ruolo di riattivatore di contesti fragili.

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