Pensieri

Fare imparando

La Scuola di Architettura del DICAAR e dell’Università di Cagliari, secondo le modalità ormai diffuse nelle scuole di architettura europee, fonda gli insegnamenti più direttamente legati al progetto di architettura e paesaggio su una dimensione che oscilla tra la didattica frontale classica e lo sviluppo dei temi in forma laboratoriale.

Tali laboratori di progetto propongono in effetti "simulazioni" più o meno realistiche di alcune fasi del processo progettuale, eleggendo ambiti di lavoro reali e scegliendo temi da sviluppare a loro volta reali o realistici, spesso concordandoli con interlocutori istituzionali potenzialmente interessati; in particolare, vengono approfondite le riflessioni sulle problematiche di contesto, sulle scale del progetto, sul sistema relazionale e multiscalare che esso coinvolge e attiva, sulle questioni semantiche e sintattiche dell’architettura, sul suo rapporto inscindibile con gli aspetti più intrinsecamente costitutivi legati alla struttura e alla costruzione e, di conseguenza alla materia, sulla sostenibilità, sull’accessibilità e sull’inclusività e, in alcuni casi, sulla concreta fattibilità delle proposte. Stiamo ovviamente parlando dell'approccio dell'“imparare facendo”, del learning by doing, formula che appartiene ormai a un lessico didattico largamente condiviso, e talvolta abusato: ogni attività laboratoriale, in fondo, implica una qualche forma di apprendimento attraverso il fare.

E tuttavia, nelle pratiche didattiche convenzionali, come dicevamo, il fare resta confinato entro una simulazione formativa: produce elaborati, modelli, prototipi o semilavorati che, per quanto utili all’apprendimento, esauriscono la loro funzione all’interno dell’esperienza pedagogica e sono destinati a non avere una vita autonoma oltre il corso, il laboratorio o il workshop.

È nell'inversione di tale prospettiva che sta, a nostro avviso, la più incisiva qualità della dimensione pedagogica di Unica Space Force: nel fare imparando – doing by learning –, anziché (solo) imparare facendo.

Si impara sì facendo, ma si fa davvero mentre si impara, e si impara di più perché si fa davvero. Il prodotto del processo non è un esercizio, né uno scarto didattico, né un pretesto per apprendere: è un’architettura generativa compiuta, nella sua misura, nella sua responsabilità e nella sua pienezza. È un oggetto reale, destinato a restare nel luogo, a essere usato, modificato, riconosciuto, criticato, mantenuto. Proprio questa tensione verso un esito pieno fa emergere le qualità pedagogiche che la semplice simulazione non attiva con la stessa intensità: attenzione alla materia, alla sicurezza, alla precisione, alla fattibilità, alla manutenzione, al tempo, all’uso pubblico, alla responsabilità verso le persone e verso i luoghi.

A partire dal 2012 il gruppo di ricerca e didattica Unica Space Force dell’Università di Cagliari, costituito da docenti, ricercatori e studenti della Scuola di Architettura, introduce dunque tale innovazione attraverso apposite scuole estive e workshop intensivi: ridurre la dimensione e la scala dell’elaborazione per concentrarsi sulla definizione di scelte progettuali indirizzate alla finalizzazione reale in forma autocostruita. Attraverso pratiche di pensiero/azione e laboratori di progetto e autocostruzione, produce Habitat Generativi in contesti urbani e rurali della Sardegna, intendendo per Habitat Generativo un insieme di dispositivi architettonici che stimola la mutazione dello spazio pubblico abbandonato e sottovalutato rivelandone il potenziale inespresso e moltiplicandone le possibilità d’uso, secondo configurazioni transitorie che si adattano e si implementano nel tempo.

La rigenerazione di spazi dimenticati, sottoutilizzati, in attesa, ha da subito rappresentato il tema di sfondo di queste esperienze, in ambito urbano, rurale e per gli spazi universitari con l’obiettivo di migliorarne le condizioni di abitabilità, secondo un approccio che Gian Giacomo Ortu descrive come passaggio «dal sito al luogo»1.

L’autocostruzione come tappa chiave del processo di apprendimento del progetto di architettura rivolto alla concretezza dell’esito costruito, si fonda su alcuni obiettivi dell’azione pedagogica:

  • innervare l’attività didattica con la dimensione del doing by learning, con fasi attuative nei workshop di micro-cantieri scuola, utili ad affrontare un’idea di progetto orientato alla costruzione del reale che possa imprimere una “traccia indelebile” nel proprio percorso formativo attraverso esperienze uniche, esplorative e di condivisione;
  • pensare e produrre “spazi pulsanti”, luoghi di riappropriazione per le comunità a cui viene restituita la dignità degli usi molteplici, aperti, cangianti;
  • stimolare, attraverso una didattica innovativa e concreta, il senso etico e la responsabilizzazione degli studenti che, coerentemente con la loro futura missione sociale, diventano essi stessi protagonisti della presa in cura dei luoghi e delle comunità e della prima fase della loro riattivazione;
  • veicolare l’importante messaggio disciplinare secondo cui è possibile lavorare con qualità ricorrendo al principio del «molto pensiero e poco denaro»2, imperativo chiave non solo della progettazione ma della società contemporanea e vera sfida per il futuro;
  • comprendere che la «costruzione di luogo»3 è un processo di sedimentazione di lunga durata, esito di negoziazioni, equilibri, conflitti, e che dunque nessun progetto riuscirà a essere definitivo; in questo senso si tratta di accogliere la dimensione processuale dentro cui il progetto può inscriversi, piuttosto che affidarsi soltanto allo specifico esito che produce;
  • sviluppare come opportunità la dimensione transitoria di queste esperienze, rivolta a cambiamenti rapidi in risposta a necessità urgenti; questo solitamente non richiede grandi rivoluzioni infrastrutturali, ma può essere sviluppato con poche risorse e in tempi rapidi, come avvio di processi di trasformazione più duraturi che richiedono tempi di concezione e realizzazione e risorse ben più consistenti, limitando i rischi che ne conseguono;
  • accogliere il tempo come una variabile non irrilevante dei processi e di ogni progetto: il tempo dell’architettura spesso non è sintonizzato sui tempi delle persone, solitamente più rapidi; le esperienze di “urbanistica tattica” e delle architetture associate, tattiche anch’esse4, hanno la capacità di ridurre questo scarto con un approccio responsivo e adattivo;
  • ricordare sempre che il vero obiettivo dei progetti sono le persone e le loro esigenze, perché progettare significa costruire, integrare, migliorare le condizioni di abitabilità dei luoghi e dunque creare habitat.

La capacità che l’architettura contemporanea dimostra nell’interpretazione di questi temi, oramai sempre più attuali, ci permette di pensare ai nuovi realismi a cui fa riferimento Pier Luigi Nicolin5, ad architetture cioè che attraverso la rilettura della normalità e del quotidiano possono raggiungere apici lirici e ridare senso a luoghi dimenticati o abbandonati. Ciò che appare oggi delinearsi come una nuova e feconda frontiera della nostra disciplina sono le possibilità offerte da queste architetture che diventano portatrici di un approccio ecologico fondato su tecnologie povere e materiali riciclabili, possibilmente prodotti su filiere di corto raggio, indirizzato allo sviluppo locale e territoriale, alla definizione di nuove forme coordinate di uso del territorio e di costruzione del paesaggio attraverso la creazione di sistemi di fruizione culturale integrata.

Si tratta di una parte consistente di quella frontiera che Mirko Zardini, parafrasando Gilles Clément, definisce «un terzo paesaggio per l’architettura»6. Una frontiera disciplinare fatta di molto pensiero e poche risorse in cui, sempre restando in tema di realismo, si può essere «Poveri ma belli»7, e i cui paradigmi diventano ecologia, provvisorietà, reversibilità, sostenibilità. In altri termini, una linea di esplorazione dell’architettura che, in attesa di ritrovare certezze sul rapporto fra uomo e territorio, sceglie l’opzione di posare con leggerezza oggetti sul suolo; sceglie di lasciare strade aperte; sceglie di investire poche risorse, riciclabili ed economiche, in sintesi sostenibili; sceglie di prendersi cura del territorio e dei suoi luoghi dimenticati, ma anche di quelli di eccellenza e quasi con lo stesso approccio, attraverso usi non invasivi né perturbanti. Una forma di colonizzazione a basso impatto sul territorio in grado di creare/ricreare paesaggi riconoscibili e fruibili con usi nuovi ma integrati con quelli convenzionali e produttivi, e che anzi quasi non possono prescinderne; una forma di progetto di paesaggio che disegna un allestimento su scala territoriale creando sistemi coordinati di servizi che rendono possibili questi usi. Soprattutto una forma di uso del territorio che si fonda sulla costruzione di una nuova cultura della sostenibilità, meno retorica e più consapevole, che risponde con maggiore appropriatezza «[...] all’altra faccia della sostenibilità, quella culturale [...]» di cui ci parla De Matteis, «[...] intesa come la capacità di mantenere e riprodurre nel tempo i principi che regolano i rapporti interni di ogni singola società insediata e che ne assicurano l’autonomia»8.

Questa economia di mezzi ha anche un valore formativo preciso. Quando il progetto deve diventare costruzione reale, la scarsità non è soltanto un vincolo tecnico o finanziario, ma una condizione pedagogica. Obbliga a scegliere, misurare, rinunciare, semplificare senza impoverire, distinguere ciò che è necessario da ciò che è superfluo. In questo senso, il doing by learning non produce soltanto competenze operative: educa a una forma di responsabilità progettuale in cui l’idea, la materia, il tempo, il costo, la sicurezza, l’uso e la cura non possono più essere pensati separatamente.

Dal punto di vista strategico, questo modo di operare conduce a ripensare il rapporto fra comunità e territori in maniera più colta, contemporanea e flessibile in modo da proporre nuovi nessi fra usi convenzionali – quelli cioè che garantiscono la cura residente dei suoli, la costante e permanente gestione della terra o della città – e usi innovativi che concorrono alla ri-creazione del senso sostenibile dei luoghi. Il progetto può e deve essere il vero protagonista per dare forma e struttura a questa strategia – che non può essere solo espressione di un attivismo impegnato ma non disciplinato che origina dalle comunità – attraverso un pensiero prima resistente, poi resiliente e, infine, antifragile. In altri termini, si tratta di un progetto rapido e adattivo che reinterpreta, attualizzandolo, il principio di necessità e che, pertanto, ricorre al paradigma della rinuncia: rinuncia al superfluo, al costoso, alla grande dimensione, alla mancanza di programma, alla difficoltà di gestione degli spazi nel tempo.

Non c’è retorica in questo approccio, solo pragmatismo e concretezza, esito di una presa di coscienza delle criticità del nostro tempo dal punto di vista della qualità dello spazio e del paesaggio da un lato e di carenza di risorse e di incertezza sul da farsi dall’altro.

Gli Habitat Generativi, e le architetture autocostruite che li strutturano, esprimono una forma avanzata di pensiero ecosostenibile che si orienta verso un’idea di radicamento e appartenenza secondo una prospettiva di minor assolutezza. Sono architetture replicabili perché dai prototipi è possibile impostare una produzione in serie limitata, da cui facilmente si desumono le variazioni; il concetto di unicità, sempre irrinunciabile, in questo caso ben si coniuga con la possibilità di replica; anzi, proprio la replica variata del modello su scala territoriale partecipa alla definizione di un’immagine coordinata e riconoscibile del territorio attraverso i suoi siti più significativi messi in rete.

Sono architetture sostenibili nel senso proposto da Ingersoll, si ispirano infatti a un’idea di sostenibilità fondata sul paradigma ecologista che viene intesa come strumento per la «[...] minimizzazione dell’impiego di risorse non rinnovabili»9. Ma lo sono anche nel senso proposto da De Matteis, perché attraverso il loro programma innovativo consentono di sviluppare nuove forme di sostenibilità culturale, rafforzando il continuo processo di costruzione dell’identità dei territori e delle loro comunità.

Sono, in sintesi, architetture per l’uomo, per la città e per il territorio che contribuiscono a disegnare i luoghi conservandone la lunga durata non attraverso il congelamento dell’immagine con cui si manifestano oggi, ma piuttosto attraverso l’idea che i processi di sviluppo e continua trasformazione degli habitat siano esito della continua sedimentazione di perturbazioni e successivi consolidamenti.

Note

1

Gian Giacomo Ortu, Dal sito al luogo, in Carlo Atzeni, Progetti per Paesaggi Archeologici. La costruzione delle architetture, Gangemi Editore, Roma 2016, pp. 25-28.

2

Carlo Atzeni, “Poveri ma belli”: prototipi per la costruzione sostenibile del paesaggio, in Carlo Atzeni, Op. cit., pp. 31-41.

3

In tanti hanno scritto e dissertato sul concetto di luogo ma l’idea di «luogo come materiale portante del progetto», e non solo come un vincolo passivo, proposta da Vittorio Gregotti appare quanto mai adeguata all’idea di sedimentazione di lunga durata. In proposito, si veda Vittorio Gregotti, Il territorio dell'architettura, Feltrinelli, Milano 1966

4

Sul tema si vedano, fra gli altri, Mike Lydon, Anthony Garcia, Tactical Urbanism. Short-term Action for Long-term Change, Island Pr, Princeton 2015.

5

«Il realismo magico, insomma, non ci fa desiderare la normalità (comunque la si voglia definire), ma ci invita a guardare al di là di ogni norma epistemologica e ontologica», Pier Luigi Nicolin, Nuovi Realismi, in Lotus 116, Editoriale Lotus, Milano 2003, p. 6.

6

Mirko Zardini, Un terzo paesaggio per l’architettura, in Lotus n. 130 – Coming Architecture, Editoriale Lotus, Milano 2007, p. 113.

7

Il titolo del celebre film di Dino Risi, “Poveri ma belli”, appunto, del 1957 e i contenuti di quest’opera del realismo italiano sembrano particolarmente opportuni per sintetizzare in due parole ciò che ci si aspetta dalle architetture degli Habitat Generativi di cui questo volume si occupa.

8

Giuseppe de Matteis, La sostenibilità territoriale dello sviluppo, in Lotus n. 140 – Sustainability?, Editoriale Lotus, Milano 2009, p. 84.

9

Richard Ingersoll, Questione ecologica in architettura, in Lotus n. 140 – Sustainability?, Editoriale Lotus, Milano 2009, p. 36

← Tutti i pensieri