Pensieri

Coinvolgere

Dipinto astratto con campiture grigie e azzurre e disegni arancioni di case e forme circolari.
Tore Sciberras, Pharmakos. Pastello ad olio e collage su cartoncino, 2007.

Non tutte le pratiche di coinvolgimento possono essere pianificate o anticipate e forse alcune attingono le loro caratteristiche distintive propriamente dal non esserlo. Questa è una considerazione che, senza avere la pretesa di essere del tutto vera, è emersa progressivamente attraverso le esperienze maturate in questi dieci anni di habitat generativo.

Alcune forme di coinvolgimento emergono in maniera procedurale solo quando i soggetti entrano concretamente in relazione attraverso un’azione condivisa nella pratica operativa o, più semplicemente, attraverso il fare. Altre si manifestano come dinamiche di appropriazione inattesa e/o in attesa di uno spazio. Altre ancora prendono forma in modo ambiguo, laterale, difficilmente categorizzabile. Tutte queste forme si sviluppano però all’interno di una dimensione relazionale e processuale che evolve in maniera organica attraverso i comportamenti delle persone. Interazioni tra soggetti all’interno delle quali le pratiche di coinvolgimento prima si inseriscono e poi si modificano in maniera procedurale, adattandosi inevitabilmente alle traiettorie evolutive che esse stesse contribuiscono a generare. Il tutto, in un rapporto causale reciproco che contribuisce a favorire l’emergere di forme di solidarietà, cooperazione, rivalità, conflitti, dispute, rivendicazioni e volontà di (ri)appropriazione che, nella migliore delle ipotesi, si traducono in fenomeni di attaccamento al luogo1. Effetti che non sono necessariamente lineari, immediati o univoci, ma si sviluppano nel tempo attraversando fasi diverse, mutevoli e interconnesse. Una dimensione relazionale di tipo processuale situato e continuo, che permette di andare oltre l’episodicità dell’evento, a favore della definizione causale evolutiva strettamente legata a una dinamica che perturba le condizioni iniziali di equilibrio in una comunità.

Avery Kolers descriverebbe questo fenomeno come una co-evoluzione relazionale tra agenti, comunità e territorio2. L'ossatura teorica di come lo spazio geografico e le relazioni sociali si co-determinano in maniera reciproca definendo quelle che lui definisce a scala territoriale “etnogeografie”. Un rapporto che potremmo definire di tipo causale morfogenetico in cui la modifica fisica materiale operata sullo spazio non è un punto di arrivo statico, ma la causa iniziale. L’azione che non produce un unico esito, ma innesca una catena di risposte. In altre parole, gli effetti che si manifestano in una fase (come il conflitto) diventano la base per la fase successiva (come la cooperazione o la coesione sociale) generando proprietà emergenti e opportunità non prevedibili all'inizio della pratica trasformativa.

Nelle modalità operative proprie dell’habitat generativo, il verbo/azione coinvolgere non viene inteso come metodo preliminare al progetto, ma come condizione emergente, nonché parte integrante dell’azione trasformativa. Questo punto è importante e richiede una certa attenzione.

Al di là delle forme generalmente adottate per coinvolgere una comunità durante una pratica trasformativa (temporanea, adattiva, incrementale, transitiva o transitoria che sia) ciò che emerge e alimenta un dibattito in continua crescita è la centralità assunta da un verbo che possiamo considerare ormai onnipresente. Coinvolgere compare nei programmi di rigenerazione urbana, nei bandi pubblici, nei processi partecipativi, nei protocolli amministrativi, fino ai dispositivi di innovazione sociale proposte da libere forme associative di carattere più o meno formale. Il che non è necessariamente un male, così come non è esclusivamente un bene. Sicuramente induce a una riflessione. Nel tempo, il termine ha progressivamente assunto significati differenti per chi ha cercato di applicarlo in maniera operativa. Spesso questi significati sono derivati da una volontà comune di far apparire soggetti eterogenei realmente inclusi all’interno di processi decisionali e pratiche di trasformazione spaziale, al fine di poterle etichettare come “condivise”. Le ragioni di questa presa di posizione sono molteplici e vanno dalla volontà di produrre consensi, al tentativo romantico di mitigare occasioni di conflitto, fino alla necessità di raggiungere l’accettazione dell’intervento proposto da parte della comunità chiamata ad abitare gli spazi interessati.

Più che prendere le distanze da questo tipo di traiettorie, abbiamo sentito la necessità di orientarci al loro interno. Per questa ragione abbiamo scelto deliberatamente di non assumere una posizione teorica rigida o prescrittiva, sviluppando progressivamente una postura altamente operativa e pedagogica che ci consentisse di confrontarci con condizioni eterogenee, temporalità variabili e interlocutori sempre nuovi e differenti. Una bussola teorica capace di accompagnarci nel confronto con un quesito tanto semplice in apparenza quanto decisivo: ma noi per chi costruiamo veramente?

Orientarsi

Habitat generativo è, tra le altre cose, una piattaforma concepita per far convergere la dimensione pedagogica di Unica Space Force con la volontà di restituire nuove possibilità d’uso dello spazio. Un carattere duplice che agisce inevitabilmente all’interno di un fitto e complesso quadro di relazioni attraversato da interessi, desideri, proiezioni d’uso, conflitti e temporalità differenti.

Una parte significativa del dibattito sviluppatosi negli ultimi decenni sul come azioni come quelle che riportiamo in questo volume si confrontino intrecciandosi con i comportamenti delle persone, soprattutto nell’ambito della progettazione sostenibile3. Un dibattito che è stato fortemente influenzato dagli approcci della pianificazione collaborativa, in particolar modo dalla ridefinizione del rapporto tra progetto, istituzioni e società. Esperienze e forme di partnership, sulla linea di pensiero di Patsy Healey4, hanno contribuito a spostare progressivamente l’attenzione dai modelli razionalisti verso forme di pianificazione maggiormente orientate al dialogo, alla cooperazione e alla costruzione condivisa delle decisioni. Il tutto all’interno di una logica volta a realizzare e gestire progettualità e opere di interesse pubblico che, attraverso il lavoro di mediazione dal settore pubblico, offre vantaggi reciproci per la comunità, estendendosi anche al settore privato5. Parallelamente, molte riflessioni si sono concentrate sull’evidenziazione dei limiti di una concezione esclusivamente procedurale di questo approccio. Di fatto, si è sviluppata un’intera corrente di pensiero che, a partire dai contributi di Wittgenstein, Derrida e Carl Schmitt, ha sottolineato come i processi collaborativi non possano essere ridotti alla semplice costruzione condivisa del consenso, sostenendo apertamente che la possibilità di articolare il conflitto debba essere considerata una componente costitutiva della vita collettiva6. Da questo punto di vista, l’habitat generativo introduce una condizione particolarmente interessante. Ogni trasformazione capace di migliorare e riattivare uno spazio finisce inevitabilmente per renderlo anche più desiderabile. E dentro condizioni di scarsità (soprattutto quando in gioco vi è lo spazio pubblico) la convergenza del desiderio di più soggetti produce tensioni, forme concorrenti di appropriazione e nuove manifestazioni d’uso che si traducono in inevitabili occasioni di conflitto. Molti spazi precedentemente marginali o trascurati iniziano infatti a essere percepiti come contendibili proprio nel momento in cui vengono riattivati. Probabilmente è anche per questo che alcune pratiche informali, anche radicali nella promozione dell'idea di una pianificazione che alcuni definiscono “ribelle”, hanno progressivamente maturato un certo interesse all’interno del dibattito contemporaneo. Non tanto per la loro capacità di eliminare il conflitto, quanto per la possibilità di renderlo visibile attraverso l’azione trasformativa. Nello specifico, il modo in cui tale approccio enfatizza l’importanza di includere le persone, evitando di tradurre l’intenzione come un’ossessionata ricerca dell’equità ridistributiva, ma gettando luce sulla distanza tra spazi di partecipazione formalmente “invitati” e pratiche di appropriazione e attivazione che nascono invece in modo autonomo e situato7. Di questa seconda tipologia di pratiche, possono essere considerati un esempio i principi propri dell’“urbanistica tattica”, specialmente se intesa come mezzo per testare i processi relazionali nello spazio in funzione della realizzazione di un’opera che potremmo definire più definitiva8. Non più solo “chiedere alle persone” e quindi manipolare lo spazio, ma intervenire manipolando lo spazio con un'azione perturbatrice mentre chiediamo alle persone. Un’azione che pungola in maniera strategica, delineando una “spinta gentile”9 verso nuovi e molteplici usi, intenzioni e pulsioni appropriative. Anche al fine di rivelare e avere l’opportunità di osservare la comparsa di leadership all’interno della comunità. Veicoli utili al contagio e alla trasmissione di una visione capace di maturare nel tempo tramutandosi in forme condivise di gestione e presa in cura dei luoghi. Tuttavia, conservando i principi della prototipazione insieme all’uso performativo dello spazio che le architetture autocostruite conservano, è il concetto della “pianificazione insorgente”10 che ci permette di trovare la dimensione di queste pratiche di appropriazione “non invitate”. Ossia, nella possibilità che il coinvolgere possa manifestarsi anche attraverso pratiche contestatorie, agendo propriamente per effetto di una perturbazione di equilibrio11. Anche concependo la possibilità che la pratica trasformativa venga intesa da determinati gruppi come opportunità di contrapporsi, in questo senso, all’“invito”. E dunque permettendo che si possa arrivare a spazi generati da forme di “rivendicazione”12, per effetto di un processo che contribuisce a definire il significato culturale dello spazio pubblico13. Leggere il verbo/azione coinvolgere nei termini qui proposti permette di cogliere con maggiore chiarezza come la pratica operativa (ossia il fare attraverso la produzione di architetture autocostruite) acceleri dinamiche relazionali che normalmente si svilupperebbero più lentante. Relazioni che trovano la loro massima espressione in occasioni temporanee di collaborazione e sperimentazione, nelle quali emergono inevitabilmente sentimenti differenti tra chi partecipa, risvegliando anche quelli che magari erano rimasti assopiti fino al nostro arrivo. E questo, che non è necessariamente un male, ci ha portato a dedicare una riflessione anche sul lato comportamentale delle persone. In questa prospettiva, una delle questioni che più di altre ha contribuito a plasmare il modo in cui il coinvolgimento viene inteso riguarda le “geometrie del desiderio”14 che prendono forma all’interno dei processi collaborativi. Nello specifico, imparare a riconoscere la possibilità che la comunità coinvolta non sappia sempre definire ed esprimere esplicitamente ciò che realmente desidera. Almeno non da subito. La teoria del “desiderio mimetico” di René Girard, gettando luce sulla natura ontologica mimetica, mette in discussione questo particolare assunto. Lo stesso Robert Bellah15, evidenziando il dilemma morale della modernità nella tensione tra il desiderio di realizzazione individuale e la necessità di appartenere a una comunità, offre una chiave interpretativa utile per riflettere sul fatto che le aspirazioni e le intuizioni di individui e gruppi, anche rispetto all’attivazione di dinamiche trasformative dello spazio, non siano sempre immediatamente raggiungibili. L’idea di spazio dietro il concetto di habitat generativo porta con sé l’intera azione trasformativa come un atto deliberatamente volto alla costruzione di condizioni attraverso cui corpi, competenze, desideri, fragilità e immaginari entrano in relazione. In questo senso, coinvolgere coincide con una condizione trasformativa che modifica simultaneamente lo spazio, i soggetti e le relazioni che li attraversano. Un orientamento che certamente trova un’ispirazione metodologica forte nella grounded theory16, nella misura in cui essa permette di elaborare interpretazioni delle dinamiche sociali a partire dall’esperienza empirica e dall’osservazione diretta, anziché dalla ricerca di una verifica delle ipotesi formulate a priori. In questo senso, possiamo configurarlo come un approccio di tipo abduttivo17 attraverso il quale configurazioni inattese vengono progressivamente interpretate mediante un dialogo continuo tra osservazione empirica e teoria.

Rivelare

All’interno di queste pratiche, definite dai tempi d’esercizio dell’autocostruzione, il coinvolgimento non avviene attraverso una partecipazione trasparente, razionale o pienamente consapevole, ma mediante forme di interazione in cui gli attori scoprono progressivamente desideri, conflitti, relazioni e significati che inizialmente non sono in grado di riconoscere pienamente. In questi termini, potremmo dire che il verbo/azione coinvolgere assume una dimensione profondamente situata nel momento in cui opera all’interno di una condizione di agnosis, già informata dalle relazioni sociali. Vale la pena soffermarsi ulteriormente su questo aspetto. Nelle esperienze maturate in questi anni spesso ci siamo calati in realtà dominate da un “disordine di partenza”18. Una condizione di caos iniziale solo apparente, definito da una matrice comportamentale chiara e strutturata. Una sorta di codice in sottotraccia che governa prossimità, tensioni e possibilità di relazione. I partecipanti che decidono di interagire con il cantiere durante la messa in opera delle architetture, credono di agire in modo autonomo o casuale ma si trovano, di fatto, nell'agnosis. In altre parole, non sanno di preciso cosa fanno, credono di intuirlo ma non lo sanno. Non sanno che in realtà, le loro azioni risultano profondamente “informate” (strutturate) dalle geometrie del desiderio. Da questo punto di vista, la teoria del “desiderio mimetico” di Girard offre una chiave interpretativa particolarmente significativa. La dimensione del cantiere dell’habitat generativo, come accennato precedentemente, facilita reti di dialogo, dunque pareri divergenti o simpatie repentine. A volte facendo emergere leadership spontanee che portano a esclusioni improvvise di alcuni cittadini. Questo non è casuale. I partecipanti sono “informati” dalle dinamiche di emulazione, invidia e rivalità di vicinato che, spesso a loro insaputa, restituiscono una dimensione organizzata da regole sociali nascoste. In questo quadro, non tutto ciò che prende forma durante il processo trasformativo è pienamente prevedibile, nominabile o immediatamente disponibile alla coscienza dei partecipanti. Alcuni desideri, alcune relazioni o alcune possibilità d’uso dello spazio emergono propriamente dalla condivisione dell’esperienza costruttiva. L’habitat generativo introduce così una forma di conoscenza pratica e relazionale che non si limita a rappresentare bisogni già dati, ma contribuisce piuttosto a produrre nuove consapevolezze, nuove posture e nuove modalità di abitare lo spazio. Stare insieme nel cantiere implica infatti una forma di esposizione reciproca difficile da simulare in altri contesti. Significa condividere tempi, incertezze e adattamenti continui. Significa fare i conti con l’imprevisto all’interno di un tempo limitato. Significa negoziare soluzioni in tempo reale, così come confrontarsi con limiti materiali concreti. In questa prospettiva, il cantiere smette di essere soltanto il luogo della realizzazione tecnica di un manufatto e diventa uno spazio relazionale intensivo. “Uno spazio adattato ai cambi, suscettibile ad accogliere le modificazioni della vita quotidiana”19. L'agnosis viene così progressivamente “ri-informata”, orientando i partecipanti verso forme di cooperazione e solidarietà che possono predisporre nel tempo condizioni favorevoli alla “produzione (sociale) dello spazio”20.

Costruire

Studenti, abitanti, ricercatori, tecnici, docenti, bambini, associazioni, artigiani, amministrazioni locali costituiscono insieme quello che ora siamo in grado di riconoscere per quello che è, ossia un dispositivo relazionale. Un insieme eterogeneo di soggetti che, condividendo temporaneamente lo stesso spazio operativo, produce occasioni di prossimità inattese, ridefinendo ruoli consolidati e nuove forme di complicità tra individui spesso distanti per età, opinioni, competenze, provenienze e condizioni sociali. Una condizione in grado di facilitare le relazioni tra il sapere ‘comune’, il sapere ‘specifico’ e il sapere ‘politico’ nei processi di modificazione dell’urbano, includendo anche soggetti inizialmente estranei al processo. È nell’uso condiviso degli strumenti che emergono stimoli, nonché nuove possibilità di immaginare lo spazio.

In questo senso, le pratiche autocostruite non esauriscono il loro significato e ruolo nella realizzazione del manufatto compiuto. Diventano vero e proprio strumento nella misura in cui si configurano come interventi temporanei, leggeri, reversibili e adattivi, capaci di attraversare un luogo lasciando tracce durature nei comportamenti e nei modi in cui lo spazio viene percepito, attraversato e abitato. È qui che l’intenzione trasformativa si traduce nella possibilità di creare le condizioni affinché processi latenti possano attivarsi. Il cantiere diventa uno spazio in cui dinamiche di appropriazione, volontà di riuso e forme di rivendicazione possono emergere progressivamente, consolidandosi nel tempo anche oltre la permanenza materiale dell’intervento. Questo perché lo spazio trasformato non coincide esclusivamente con l’oggetto fisico realizzato e restituito alla comunità. Ciò che conta è ciò che persiste, ciò che resta, ossia le pratiche sociali d’uso che continuano ad attraversare gli spazi trasformati.

Il valore dell’intervento risiede allora nei processi e nelle pratiche d’uso che essa rende possibili nel tempo. Favorendo processi che portino all’assunzione di responsabilità e consapevolezza anche da parte dei gruppi informali. Un primo passo per iniziative e altre pratiche “insorgenti” che possono contribuire a costruire le condizioni per una reale rigenerazione. È in questo modo che l’azione coinvolgere diviene forma di conoscenza pratica e relazionale che contribuisce a generare nuove consapevolezze, nuove posture e nuove modularità che rispondono all'idea di proporre modalità di “abitare”, inteso nel suo significato heideggeriano: laddove il “costruire” è propriamente abitare e dove “il tratto fondamentale dell’abitare è l’aver cura” . È in questo senso che costruire significa predisporre condizioni affinché qualcosa possa continuare ad accadere anche dopo la fine del cantiere. La questione allora non è più quella sollevata a inizio testo. O meglio, non è più soltanto “per chi costruiamo veramente”, ma piuttosto che cosa costruire rende possibile.

Forse è anche per questo che oggi, a Ortueri, una bambina richiama la madre che ha gettato per terra il pacchetto di sigarette. E forse è anche per questo che, nel quartiere di Is Mirrionis (luogo spesso raccontato attraverso il filtro del pregiudizio) a più di un anno di distanza dall’intervento non è sparito neanche uno sgabello (“cubotto”). Piccoli segnali, probabilmente. Tracce minime che contribuiscono a rivelare la cifra di una pratica che si è dimostrata capace di instaurare esercizi collettivi di presa in cura dei luoghi.

Esporsi

Coinvolgere significa anche esporsi. Accettare l’idea che la trasformazione spaziale emerga progressivamente attraverso il fare, senza partire da un’ipotesi completamente definita a priori. Ma non è tutto. Significa esporsi concretamente all’imprevisto, al rischio, all’errore, al rallentamento nella realizzazione del manufatto. Alla presenza contemporanea di più gruppi di individui all’interno dello stesso spazio operativo. Accettare l’ipotesi di uno scenario in cui di manifesta una perdita parziale del controllo. Assumere che bambini, anziani, artigiani, esponenti istituzionali, possano affacciarsi allo spazio di cantiere che decide deliberatamente di rimanere aperto. Da questo punto di vista, la pratica si espone a una vulnerabilità operativa raramente presente nei processi progettuali tradizionali. È proprio questa condizione, però, a rendere possibili forme di prossimità che difficilmente emergono attraverso strumenti esclusivamente discorsivi. Riunioni pubbliche, assemblee, tavoli partecipativi o consultazioni rappresentano spesso dispositivi importanti, ma tendono a mantenere relativamente stabili i ruoli dei soggetti coinvolti. Chi progetta continua a progettare. Chi osserva continua a osservare. Chi abita continua prevalentemente a raccontare. L’habitat generativo introduce una condizione differente. La presenza del corpo, della materia, del tempo operativo e dell’imprevisto produce uno slittamento continuo delle posizioni. Le competenze vengono ridistribuite, mentre le gerarchie si fanno temporaneamente più instabili. L’errore diventa parte integrante del processo. Un particolare che contribuisce alla definizione di un’infrastruttura temporanea capace di produrre occasioni di apprendimento reciproco attraverso una cooperazione che permane per l’intero processo di trasformazione. Un’operazione che apre le porte del cantiere ai residenti e alle figure interessate, offrendo anche agli studenti la possibilità di confrontarsi direttamente con pratiche situate di relazione, negoziazione e costruzione condivisa dello spazio. Il risultato finale è un dispositivo che non coincide con l’applicazione lineare di un disegno predefinito, ma coincide piuttosto con le relazioni generate durante il processo: reti temporanee di collaborazione, nuovi rapporti di fiducia, rivendicazioni inattese o, più semplicemente, la possibilità per soggetti differenti di riconoscersi momentaneamente all’interno di un’esperienza condivisa.

Esporsi dunque non riguarda esclusivamente il limite fisico dello spazio di cantiere. Introduce condizioni attraverso cui luoghi, relazioni e modi di abitare finiscono progressivamente per ridefinirsi reciprocamente.

Da questo punto di vista, il riferimento alle “etnogeografie”, introdotto a inizio testo, aiuta a definire e comprendere meglio il modo in cui gruppi di individui, relazioni sociali e spazio geografico si co-determinano, finendo progressivamente per modellarsi a vicenda. All’interno di questa prospettiva, esporsi significa andare oltre il semplice ampliamento del numero dei soggetti coinvolti nel processo. Significa creare le condizioni affinché soggetti differenti possano modificarsi reciprocamente attraverso un’esperienza condivisa. I processi collaborativi trasformano non soltanto gli spazi o i soggetti formalmente destinatari delle azioni, ma modificano profondamente anche chi progetta, coordina o ricerca. Forse è proprio in questa dimensione che l’habitat generativo conserva il suo carattere più “insorgente”. Non tanto nella produzione di manufatti temporanei o nella romantica retorica del fare collettivo. Quanto piuttosto nella capacità di generare spazi in cui relazioni, ruoli e immaginari possano temporaneamente ridefinirsi. In un contesto in cui il coinvolgimento rischia di essere ricondotto prevalentemente a procedura, comunicazione o ricerca del consenso, costruire insieme significa ancora, prima di tutto, condividere una trasformazione.

È in questo modo che il verbo/azione coinvolgere entra progressivamente nelle pratiche autocostruite assumendo una postura operativa capace di rendere visibili possibilità fino a quel momento non riconosciute. Agisce attraverso tappe mediante cui gruppi di persone e spazi si modellano reciprocamente, producendo nel tempo un senso profondo di appartenenza e identità di luogo. Da questo punto di vista, il concetto di “pienezza”22 chiarisce efficacemente come il rapporto con un luogo non si intensifichi necessariamente attraverso l’aumento delle risorse materiali presenti, ma attraverso l’approfondimento progressivo della conoscenza, della cura e delle pratiche d’uso che si sedimentano nel tempo. È così che gli effetti della pratica trasformativa rivelano il loro carattere evolutivo. Per questo il concetto di habitat generativo non accoglie l’aspetto del coinvolgimento come fase separata dal progetto, né tantomeno come dispositivo preliminare di consultazione, ma concepisce il termine come condizione necessaria che accompagna l’intero processo trasformativo. È in questi termini che coinvolgere cammina insieme al fare. Attraversa il cantiere intercettando le relazioni e le forme di appropriazione che emergono durante la costruzione.

Note

1. Margaret Moore, A Political Theory of Territory, Oxford University Press, New York 2015.

2. Avery Kolers, Land, Conflict, and Justice: A Political Theory of Territory, Cambridge University Press, Cambridge 2009.

3. Cfr. He, Ping, Qian-Cheng Wang, Han Wang, et al. From Participation to Partnership: A Systematic Review of Public Engagement in Sustainable Urban Planning. Environmental Impact Assessment Review 117, 2026.

4. Patsy Healey, Collaborative Planning: Shaping Places in Fragmented Societies, UBC Press, Vancouver 1997.

5. Faranak Miraftab, Public-Private Partnerships: The Trojan Horse of Neoliberal Development?, Journal of Planning Education and Research, 24(1), 2004, pp. 89–101.

6. Chantal Mouffe, The Democratic Paradox, Verso, Londra 2000.

7. Faranak Miraftab, Insurgent Planning: Situating Radical Planning in the Global South, Planning Theory, 8(1), 2009, pp. 32–50.

8. Paulo Silva, Tactical Urbanism: Towards an Evolutionary Cities’ Approach?, Environment and Planning B: Planning and Design, 43(6), 2016, pp. 1040–1051; Sharon Wohl, “Tactical Urbanism as a Means of Testing Relational Processes in Space: A Complex Systems Perspective”, Planning Theory, 17(4), 2018, pp. 472–493.

9. Richard Alan Thaler, Cass Robert Sunstein, Nudge: La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano 2009.

10. James Holston, Spaces of Insurgent Citizenship, in Leonie Sandercock (a cura di), Making the Invisible Visible: A Multicultural Planning History, University of California Press, Berkeley 1998.

11. Leonie Sandercock, Translations: From Insurgent Planning Practices to Radical Planning Discourses, Plurimondi, 1(2), 1999, pp. 37-46.

12. John Friedmann, The Prospect of Cities, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2002.

13. Setha M. Low, Spatializing Culture: The Social Production and Social Construction of Public Space in Costa Rica, American Ethnologist, 23(4), 1996, pp. 861-879. Un esempio operativo concreto di questo tipo di dinamiche è lo spazio pubblico Gezi Park a Istanbul. Un luogo prodotto da operazioni insorgenti e conflittuali nate durante la proposta di demolizione dello stesso Gezi Park, prevista per fare spazio a un centro commerciale elitario. In quella occasione gruppi di cittadini hanno occupato lo spazio pubblico con pratiche performative e insorgenti. In questi termini non hanno solo resistito alla trasformazione escludente della città, ma si sono riappropriati simbolicamente della piazza proponendone nuovi usi alternativi a quelli proposti (“invitati”). L’azione collettiva ha in questi termini contribuito a reinventare lo spazio senza dipendere dalla legittimazione statale.

14. René Girard, Geometrie del desiderio, Raffaello Cortina, Milano 2012.

15. Robert N. Bellah, Le abitudini del cuore: Individualismo e impegno nella società complessa, Armando, Roma 1996.

16. Barney G. Glaser, Anselm L. Strauss, The Discovery of Grounded Theory: Strategies for Qualitative Research, Aldine, Chicago 1967.

17. Stefan Timmermans, Iddo Tavory, Theory Construction in Qualitative Research: From Grounded Theory to Abductive Analysis, Sociological Theory, 30(3), 2012, pp. 167-186.

18. Sara De Giles Dubois, José Morales Sánchez, Progetto come Processo. Spazio e Quotidianità, in Carlo Atzeni (a cura di), Progetti per paesaggi archeologici. La costruzione delle architetture, Gangemi, Roma 2016, pp. 88–97.

19. Sara De Giles Dubois, José Morales Sánchez, Op.cit.

20. Henri Lefebvre, The Production of Space, Blackwell Publishing, Oxford 1991.

21. Martin Heidegger, Building, Dwelling, Thinking, in Albert Hofstadter (a cura di), Poetry, Language and Thought, Harper & Row, New York 1971, pp. 143–162.

22. Avery Kolers, Land, Conflict, and Justice: A Political Theory of Territory, Cambridge University Press, Cambridge 2009, pp. 100–138.

11. Leonie Sandercock, Translations: From Insurgent Planning Practices to Radical Planning Discourses, Plurimondi, 1(2), 1999, pp. 37-46.

12. John Friedmann, The Prospect of Cities, University of Minnesota Press, Minneapolis 2002.

13. Setha M. Low, Spatializing Culture: The Social Production and Social Construction of Public Space in Costa Rica, American Ethnologist, 23(4), 1996, pp. 861–879. A concrete operational example of these dynamics can be found in Gezi Park, Istanbul. This public space was shaped through insurgent and conflictual processes that emerged in response to proposals to demolish the park and replace it with an exclusive shopping centre. On that occasion, groups of citizens occuped the space through performative and insurgent practices. In doing so, they not only resisted an exclusionary transformation of the city, but also symbolically reappropriated the square by proposing alternative uses to those that had been formally envisaged and promoted – “invited”. Collective action thus contributed to reinventing the space without relying on state legitimisation.

14. René Girard, Geometrie del desiderio, Raffaello Cortina, Milan 2012.

15. Robert N. Bellah, Le abitudini del cuore: Individualismo e impegno nella società complessa, Armando, Roma 1996.

16. Barney G. Glaser, Anselm L. Strauss, The Discovery of Grounded Theory: Strategies for Qualitative Research, Aldine, Chicago 1967.

17. Stefan Timmermans, Iddo Tavory, Theory Construction in Qualitative Research: From Grounded Theory to Abductive Analysis, Sociological Theory, 30(3), 2012, pp. 167–186.

18. Sara De Giles Dubois, José Morales Sánchez, Progetto come Processo. Spazio e Quotidianità, in Carlo Atzeni (edited by), Progetti per paesaggi archeologici. La costruzione delle architetture, Gangemi, Rome 2016, pp. 88–97.

19. Sara De Giles Dubois, José Morales Sánchez, Op.cit.

20. Henri Lefebvre, The Production of Space, Blackwell Publishing, Oxford 1991.

21. Martin Heidegger, Building, Dwelling, Thinking, in Albert Hofstadter (edited by), Poetry, Language and Thought, Harper & Row, New York 1971, pp. 143–162.

22. Avery Kolers, Land, Conflict, and Justice: A Political Theory of Territory, Cambridge University Press, Cambridge 2009, pp. 100–138.

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