Negli ultimi anni il rapporto tra progetto, costruzione e apprendimento è tornato al centro del dibattito disciplinare, in particolare in relazione ai temi della rigenerazione urbana, della riattivazione delle aree interne, degli ambiti rurali teatro di fenomeni di spopolamento che appaiono ormai irreversibili, della sostenibilità e del coinvolgimento delle comunità nei processi di trasformazione dello spazio. In questo quadro, gli approcci progettuali che prevedono pratiche di autocostruzione assumono un ruolo significativo non soltanto per la loro dimensione operativa, ma anche per la capacità di produrre forme di conoscenza attraverso il fare.
L’esperienza del collettivo Unica Space Force, sviluppata presso l’Università degli Studi di Cagliari nasce all’interno di questa prospettiva e si configura inizialmente come un dispositivo didattico sperimentale finalizzato a riportare gli studenti a una dimensione concreta del progetto, fondata sul rapporto diretto tra ideazione, costruzione, uso, luogo e persone. Nel tempo, tale esperienza si è progressivamente consolidata attraverso workshop, scuole estive, interventi temporanei e attività di ricerca applicata, fino a costituire una vera e propria linea di lavoro trasversale tra didattica, ricerca e terza missione.
Dal 2012 Unica Space Force ha realizzato numerosi interventi in contesti differenti, coinvolgendo quasi mille studenti, scuole di architettura internazionali, enti pubblici e amministrazioni locali. Le attività hanno interessato aree interne, spazi universitari, allestimenti temporanei e contesti urbani fragili, attraverso la costruzione di dispositivi spaziali transitori realizzati prevalentemente in legno e concepiti come strumenti di attivazione sociale e sperimentazione progettuale.
La realizzazione di microarchitetture e dispositivi spaziali a basso costo e basso impatto tecnologico ha permesso, con un approccio fondato sul coinvolgimento delle comunità, sulla rapidità performativa dell’azione autocostruttiva, sull’impegno collettivo, di interrogare i luoghi, verificare strategie di rigenerazione e restituire nuove forme di abitabilità possibili, perseguendo l’idea di riattivazione dei processi più che il raggiungimento di esiti compiuti.
In questo senso, l’autocostruzione progettata viene interpretata ben oltre il suo essere l’esercizio di una tecnica costruttiva e di una modalità tattica di intervento rapido, ma come pratica di ricerca che propone un modello operativo sostenibile e conferisce al progetto di architettura un rinnovato ruolo di indirizzo delle strategie trasformative dei luoghi, e di regolatore della dimensione relazionale e interscascalare che queste comportano.
La pratica come teoria:
per una pedagogia del FARE
Unica Space force reinterpreta il rapporto tra progetto e costruzione proponendo un metodo di lavoro che considera indissolubili i due momenti tradizionalmente separati, riducendo e sovrapponendo i tempi di entrambi e predefinendo le tecniche e le materie. In questo modo la dimensione costruttiva diventa l’essenza costitutiva del progetto ed elemento centrale della riflessione sulla sua genesi e il suo sviluppo sia dal punto vista della costruzione che del conseguente potenziale spaziale; in altri termini, a partire dalla definizione di una sintassi di base che regola il momento costruttivo, si persegue la semantica del progetto, attraverso un codice linguistico comune a tutti i progetti ma aperto ogni volta a interpretazioni uniche e specifiche.
Le attività vengono sviluppate attraverso workshop intensivi nei quali gli studenti sono chiamati non soltanto a progettare, ma anche a realizzare direttamente quanto ideato. Questo approccio, sintetizzato nell’espressione «dai tavoli alle tavole»1, trasferisce il progetto da una dimensione prevalentemente rappresentativa a una esperienziale e materiale che contribuisce ad incrementare la consapevolezza nella costruzione del reale.
Si tratta di una modalità di apprendimento che è molto prossima al concetto del “learning by doing” di bauhausiana memoria e che fa propria la posizione di Walter Gropius che già nel 1919 scriveva nel Manifesto del Bauhaus: «Gli artisti non possono essere formati, ma gli artigiani sì. La base della competenza creativa è l'abilità artigianale […]»2.
Proprio la costruzione, infatti, diventa parte integrante del processo creativo e progettuale, riporta alla concretezza del reale l’esperienza formativa, riapprossima l’architettura e la sua produzione intellettuale ad un sempre più forte legame con la materia di cui sarà costituita.
Fare architettura significa anche misurare costantemente lo spazio, la materia, gli elementi costituenti, generare proporizoini, creare relazioni interne ed esterne. Misurare significa pensare, come sostiene Alberto Campo Baeza, per lui, infatti, «[…] l’architettura è idea costruita»3. Sulla stessa linea culturale si colloca il pensiero di Paolo Zermani, quando afferma che «il progetto è essenzialmente misurare le cose […]»4.
Con questo approccio si intende riportare l’attenzione di chi progetta verso il raggiungimento della costruzione dell’opera come obiettivo stesso del progetto, concepire la dimensione materiale come portante del progetto, restituire la conoscenza diretta della materia, apprenderne i comportamenti e le dimensioni caratteristici e spesso critici, le sue reazioni alle sollecitazioni. Tutto questo, attraverso simulazioni in scala reale di piccoli padiglioni, diventa l’oggetto di un’esperienza pedagogica più completa e circolare che consente di partecipare all’intero ciclo: dal pensiero, all’azione, alla realtà tangibile ed esperibile. Il tema è di particolare attualità in un momento storico in cui sempre più il mondo virtuale prevale sull’esperienza concreta, e orienta gli studenti di architettura ad un controllo delle dimensioni, delle proporzioni, della valutazione qualitativa degli impatti che un’architettura, seppur piccola e temporanea, ha sul contesto di prossimità e sui futuri destinatari.
I curatori della biennale di Architettura di Venezia 2027, i premi Pritzker Wang Shu e Lu Wenyu intitolano la ventesima edizione “Do architecture – La possibilità di coesistenza nella realtà reale”. Così argomentano questa scelta apparentemente controcorrente, sostenendo la centralità della: «[…] necessità di confrontarsi con la realtà reale e con le pratiche locali, di “fare architettura” in modo diretto, privilegiando una dimensione del “fare” fisica e tattile. È proprio attraverso questo atto concreto del “fare” che elementi apparentemente incompatibili possono trovare forme di coesistenza all’interno di uno stesso spazio […]»5.
Gli studenti lavorano in contesti reali, confrontandosi con limiti concreti di tempo (veramente poco), disponibilità di materiali (estremamente limitata), logistica (mai facile) e organizzazione del cantiere.
Il legno rappresenta il materiale privilegiato di queste esperienze, sia per ragioni di trasportabilità e rapidità di montaggio, anche per i meno specializzati, sia per la possibilità di sviluppare sistemi costruttivi semplici, reversibili e adattabili.
Col tempo si è maturata la convinzione che la scelta di un unico elemento costruttivo di base, il morale 7x7x400 cm di abete, rappresenti un ulteriore grado di semplificazione del processo, coerente con i principi di necessità e di sintesi da porre alla base delle scelte che contribuisce, da un lato al raggiungimento di una complessità sempre inattesa ricorrendo alla variazione tra regola e eccezione e, dall’altro, alla costruzione di un linguaggio che rimanda sia alla forma, che alla costruzione e alla tettonica strutturale dell’architettura. Un processo, questo, che lascia aperte le possibilità interpretative, le pluralità di soluzioni, l’ottimizzazione dell’uso della materia e delle scelte strutturali, orientando gli studenti verso un uso sempre più esperto – perché ogni volta arricchito dalle esperienze precedenti – di un metodo e di un apparato di tecniche condivisi. Se si vuole si tratta dell’adozione e dell’invenzione di un metodo e di un linguaggio di scuola, con cui sperimentare possibilità, senza alcuna ambizione di assolutezza.
L’uso di un solo elemento è un pretesto didattico per far riflettere gli studenti sulle complessità che si celano dietro il rapporto tra regola ed eccezione, tra tipo e variazione, e anche sulle molteplici possibilità legate al tema del giunto e della tettonica sia in termini strutturali che linguistici, oltre che costruttivi. Significa poter realizzare in scala reale nodi che siano fedeli al modello strutturale e comprendere che conseguenze comportano e che incidenza possono avere sull’esito di un progetto anche e soprattutto in funzione delle risposte meccaniche del materiale. Il legno è particolarmente indicativo in questo senso, è materia viva, non isotropa, si muove, si dilata e si contrae, si fa attraversare facilmente in alcune direzioni e molto meno in altre in rapporto alle giaciture delle sue fibre e dei tagli che ne hanno originato gli elementi di base; di conseguenza, la manipolazione del legno permette di comprenderne immediatamente il comportamento e maturare più sensibilità rispetto alle scelte progettuali che lo coinvolgono. Evidentemente, l’apprendimento attraverso queste modalità – pur sviluppato e testato in una condizione del tutto particolare, fondata sulla costruzione di padiglioni in legno – assume comunque un valore che può informare approcci progettuali in differenti condizioni e costituire una solida base metodologica per un approccio al progetto più concreto e realistico. Questo approccio rappresenta anche un ottimo compromesso progettuale e operativo: permette sperimentazioni economicamente sostenibili, consente il riuso degli elementi di base a fine ciclo di vita dei manufatti progettati, introduce elementi di riconoscibilità condivisa nelle soluzioni che di volta in volta vengono proposte, permettendo possibilità di confronto ai diversi protagonisti che le hanno progettate e realizzate anche in tempi distinti e luoghi distanti.
La dimensione temporale costituisce un ulteriore elemento determinante. Gli workshop sono infatti organizzati secondo una scansione estremamente concentrata: pochi giorni dedicati al progetto e pochi giorni destinati alla costruzione. Tale condizione impone una forte sintesi tra pensiero e azione, riducendo la distanza tra elaborazione progettuale e verifica materiale.
La rapidità è strumento per intensificare i processi decisionali e costruire una relazione più immediata con i luoghi e con le comunità coinvolte senza rinunciare alla conoscenza e allo studio di quelle che l’architetto srilankese Palinda Kannangara definisce «le qualità viscerali dell’architettura»6, cioè quelle qualità con cui l’architettura risponde alle condizioni di partenza, proponendo le proprie regole più intrinseche e più costitutive.
In questo senso, l’autocostruzione assume anche un valore pedagogico, poiché consente di apprendere attraverso la verifica diretta delle scelte progettuali.
Ricercare/riattivare/rigenerare:
dai tavoli alle tavole alle piazze
Nel corso degli anni le esperienze didattiche sono progressivamente confluite in attività di ricerca applicata e progetti di terza missione. L’autocostruzione viene così utilizzata come strumento esplorativo capace di verificare strategie di micro-trasformazione e rigenerazione urbana e territoriale attraverso interventi rapidi, transitori e a basso costo.
Gli interventi realizzati nelle aree interne della Sardegna, nei piccoli comuni e negli spazi universitari non intendono proporre soluzioni definitive, ma attivare processi. Le architetture costruite funzionano come dispositivi temporanei capaci di interrogare i luoghi, generare nuove pratiche d’uso e costruire consapevolezza collettiva. Se si vuole, sono moltiplicatori di interesse che rimettono in circolo energie vitali sui luoghi che erano spariti dalle geografie del possibile.
Si tratta di un approccio pedagogico ontologicamente rivolto al reale, portare gli studenti dal chiuso delle aule dove l’apprendimento dei principi della disciplina rischia di assumere un connotato autoreferenziale e fine a se stesso – l’architettura per l’architettura – all’aperto del mondo, in contatto con le persone e con le condizioni critiche di contesto dove il progetto diventa strumento di comprensione della realtà e rivolto a prefigurare nuove condizioni di abitabilità più prossime alle aspettative delle persone – l’architettura per le persone – e dunque rivolta alla costruzione di nuovi habitat più ospitali. Habitat in grado di rigenerare i luoghi e rigenerarsi, modificandoli e modificandosi, cambiando le proprie configurazioni, come specie adattive e rapidamente responsive rispetto alle sollecitazioni che i contesti pongono.
Per questo si può pensare che il presupposto originario di questo ciclo di esperienze “dai tavoli alle tavole”, a cui si è fatto riferimento in precedenza in questo testo e in passato, possa essere opportunamente integrato dalla dimensione collaborativa, di coprogettazione e rigenerativa divenendo “dai tavoli alle tavole alle piazze”.
In questa prospettiva, il progetto viene interpretato come processo aperto e attento a cogliere le variazioni nei rapporti spazio-comunità e la sotto determinazione funzionale degli interventi consente, infatti, di moltiplicare le possibilità d’uso degli ambiti presi in cura e di favorirne l’appropriazione da parte delle comunità. Le microarchitetture realizzate diventano così strumenti di relazione e occasioni per sperimentare nuove forme di abitabilità.
Queste architetture si distribuiscono nei territori di esplorazione come veri e propri dispositivi di ricerca attiva. In analogia con il concetto di “specie pioniera”7 introdotto dal botanico ed ecologo statunitense Frederic Edward Clements nella scienza ecologica all'inizio del XX secolo, in questo caso le architetture degli Habitat Generativi, interventi temporanei capaci di testare condizioni future di trasformazione urbana e rurale, sono da considerarsi vere e proprie “specie pioniere” dell’insediamento, o meglio, del re-insediamento. Come le specie vegetali che preparano il terreno a processi più complessi, infatti, queste architetture consentono di verificare scenari di utilizzo, limitare i rischi e raccogliere informazioni utili per eventuali trasformazioni permanenti.
In botanica le specie pioniere, che devono sopravvivere dove nessun’altra specie riesce, presentano le seguenti caratteristiche: resistenza estrema, indipendenza dal terreno, strategia di riproduzione “R” - rapida e massiccia, crescita rapida e ciclo vitale breve (colonizzano lo spazio velocemente, si riproducono e muoiono in tempi brevi).
Da qui l’idea che le specie pioniere in architettura siano più che resistenti, più che resilienti ma antifragili, cioè capaci di modificarsi e migliorare a fronte di sollecitazioni, fattori di stress, volatilità, disordine8, “aliene” cioè non radicate definitivamente ai suoli in cui si impiantano, rapidamente replicabili, rapidamente sostituibili.
Ancora Clements e poi, a seguire altri studiosi di botanica, definiscono il cosidetto «paradosso del pioniere o delle specie pioniere»9 che porta a considerare una dimensione suicida delle specie pioniere: esse, infatti, trasformando ambienti radicali in ambienti più ospitali, creano condizioni migliori per l'arrivo di piante più grandi e competitive. Proprio queste ultime, crescendo, toglieranno luce e spazio ai pionieri, che finiscono quasi sempre per essere rimpiazzati.
Le architetture degli Habitat Generativi svolgono lo stesso ruolo, preparano le condizioni per interventi più stabili e duraturi dopo un ciclo di verifica di corto/medio periodo e, se sono efficaci, concludono abbastanza velocemente il loro compito. Questo non significa però che gli Habitat Generativi debbano essere sempre e sistematicamente rimpiazzati, in alcune situazioni è opportuno che continuino a permanere le loro condizioni di instabilità e indeterminatezza, e che continuino a svolgere il loro ruolo di ambiti di verifica e ricerca.
L’approccio propone una postura culturale di progettisti che si prendono cura di persone e luoghi, rinunciano a un protagonismo superficiale per perseguire un impegno strutturale del proprio lavoro. Sam Mockbee, fondatore di Rural Studio, forse la più straordinaria esperienza contemporanea nell’ambito dell’architettura autocostruita, impegnata e strutturata sull’idea «[…] di sollevare lo spirito delle persone»10, ha più volte sostenuto:
«Spero che l'esperienza del Rural Studio aiuti gli studenti a sviluppare ciò che io chiamo una “bussola morale” e la determinazione a fare qualcosa che lasci il mondo un pò migliore di come lo hanno trovato»11.
L’esperienza maturata dal collettivo Unica Space Force ha, inoltre, permesso di inserire tali pratiche all’interno di progetti di ricerca più strutturati, compresi programmi finanziati nell’ambito del PNRR e iniziative strategiche di Ateneo. In questo quadro, l’autocostruzione non rappresenta più soltanto una metodologia didattica, ma un vero e proprio strumento di ricerca sul rapporto tra spazio, comunità e trasformazione.
La sostenibile leggerezza del costruire:
pezzi unici per habitat generativi
Le esperienze sviluppate attribuiscono un ruolo centrale al coinvolgimento delle persone e delle comunità. La partecipazione evidentemente non coincide, né potrebbe coincidere, con una delega integrale del progetto agli abitanti, ma con una fase preliminare e poi continuatamente reiterata e condivisa di costruzione delle condizioni di attivazione dei luoghi. Gli interventi diventano occasioni di confronto, collaborazione e costruzione di relazioni fra i progettisti e gli abitanti ma soprattutto fra gli abitanti che rinsaldano i rapporti di comunità e contribuiscono a risignificare i luoghi reintroducendo usi e prendendosene cura.
Questo approccio produce effetti significativi anche sul piano pedagogico. La costruzione viene infatti interpretata come pratica di apprendimento multilivello: costruire per conoscere, costruire per incontrare, costruire per verificare, costruire per dimostrare, costruire per attivare. L’esperienza diretta del cantiere permette agli studenti di oggi e agli architetti di domani di acquisire consapevolezza rispetto ai processi costruttivi, ai materiali e alle implicazioni sociali del progetto.
All’interno di tali pratiche assume particolare rilevanza anche il tema dell’imprecisione. Lavorare con poche risorse, materiali ordinari, tempi limitati e capacità in campo realizzativo poco avanzate – le microarchitetture di cui si tratta sono perlopiù costruite da studenti con nessuna esperienza pratica di cantiere e con attrezzature elementari come avvitatori, seghe circolari, troncatrici e niente di più – richiede una forte capacità di adattamento e implica l’accettazione di una certa provvisorietà costitutiva. L’imprecisione, parte integrante del processo e inevitabile con queste condizioni di partenza, non viene considerata come limite, ma come carattere intrinseco di processi low-tech e low-cost fondati sulla capacità di trasformare condizioni ordinarie in configurazioni spaziali significative.
Gli Habitat Generativi di Unica Space Force si appoggiano ad alcune invarianti di metodo riconducibili all’idea ampiamente illustrata in questo volume di fare uso di una sintassi ricorrente come regola linguistica, strutturale, costruttiva delle proprie architetture ma sempre facendo riferimento alla “strategia del pezzo unico”. Pur attraverso processi seriali e sistemi costruttivi semplificati, per ogni intervento si ricerca una condizione di unicità, determinata dalla relazione con il contesto, dalle modalità di partecipazione e dalle specifiche condizioni del luogo. In questo senso, la ripetizione del processo non produce standardizzazione degli esiti, ma genera ogni volta configurazioni differenti e coerenti con i luoghi per cui sono concepite, anche se, essendo transitorie, mantengono rispetto ad essi una intrinseca provvisorietà nel radicamento.
L’attenzione alla sostenibilità attraversa infine l’intero percorso, assumendo una dimensione non soltanto ambientale, ma anche sociale, economica e costruttiva. La limitazione delle risorse disponibili, la reversibilità degli interventi e la capacità di attivare processi collettivi contribuiscono a definire un approccio operativo leggero ma capace di produrre effetti significativi nei contesti coinvolti. L’idea che queste architetture “passino leggere sulla terra al punto che nessuno si accorga del loro passaggio”12 è alla base del principio operativo di Unica Space Force: architetture temporanee, rapide, modificabili, adattive, sostituibili, riciclabili e pertanto talmente sostenibili da lasciare tracce sui processi e sulle persone ma non sui suoli.
Senza conclusioni
L’esperienza Unica Space Force mostra come l’autocostruzione possa costituire un impianto di Scuola integrato tra didattica, ricerca e terza missione. Attraverso interventi temporanei, processi partecipativi e pratiche costruttive a basso impatto tecnologico, il progetto viene reinterpretato come processo aperto di apprendimento, sperimentazione e attivazione territoriale.
Il valore di queste pratiche, come detto, non risiede nella compiutezza degli esiti ma nella capacità di produrre verifiche rapide, costruire relazioni, attivare nuove possibilità d’uso dello spazio e orientare processi e strategie. La dimensione temporanea degli interventi, la rapidità di esecuzione e la centralità della costruzione consentono infatti di sperimentare scenari alternativi con costi limitati e alta capacità adattiva. In questo quadro, l’autocostruzione assume una duplice natura: da un lato rappresenta uno strumento pedagogico capace di riportare il progetto a una dimensione concreta del fare; dall’altro costituisce una metodologia di ricerca applicata in grado di interrogare i luoghi e verificare strategie di trasformazione urbana e sociale processuali e mai indirizzate a esiti definitivi.
La progressiva istituzionalizzazione di queste esperienze all’interno dei percorsi formativi universitari conferma infine la possibilità di costruire modelli didattici nei quali il rapporto tra pensiero e azione, progetto e costruzione, sperimentazione e comunità torni a occupare una posizione centrale nella formazione dell’architetto.
Si tratta di un percorso lungo che si appoggia al tempo secondo due registri apparentemente in opposizione ma integrati fra loro: da un lato introduce l’idea del tempo breve, anzi brevissimo, con cui sollecitare, perturbare, disturbare i luoghi per verificarne il potenziale trasformativo e le capacità di rigenerazione, dall’altro, attiva strategie processuali aperte che accompagnano luoghi e comunità nei tempi delle naturali evoluzioni d’habitat, e dunque senza proporre conclusioni.
Note
1. Carlo Atzeni, Progetti per Paesaggi Archeologici. La costruzione delle architetture, Gangemi Editore, Roma 2016.
2. Walter Gropius, Manifesto del Bauhaus, 1919.
3. Alberto Campo Baeza, L’idea costruita, Lettere Ventidue, Siracusa 2012.
4, Paolo Zermani, lectio magistralis La luce del sacro, convegno internazionale Sacrum Loci. Architetture e paesaggi del sacro tra permanenza e mutamento, Politecnico di Bari, Bari 28-29 maggio 2026.
5. Wang Shu e Lu Wenyu, intervista pubblicata sulle News del sito La Biennale di Venezia il 20 maggio 2026.
6. Richard Murphy, Las Cualidades Viscerales de la Arquitectura. Una Conversación con Palinda Kannangara, in El Croquis 212 – Palinda Kannangara 2005-2022, Editorial El Croquis, El Escorial 2022.
7. Frederic Edward Clements, Plant succession: an analysis of the development of vegetation, Carnegie Institution of Washington, Washington 1916.
8. Sul concetto di antifragilità si veda, Nassim Nicholas Taleb, Antifragile, prosperare nel disordine, il Saggiatore, Milano 2012.
9. Frederic Edward Clements, op. cit.
10. Andrea Oppenheimer Dean, Timothy Hursley, Rural Studio: Samuel Mockbee and an Architecture of Decency, Princeton Architectural Press, New York 2002.
11. ibidem
12. Parafrasando l’incipit del celebre romanzo scritto da Sergio Atzeni e pubblicato postumo nel 1996 che recita «Passammo leggeri sulla terra che quasi nessuno si accorse del nostro passaggio» e fa riferimento al rapporto ancestrale uomo-natura della civiltà sarda, basato appunto sul “passare leggeri”, nell’interpretazione mitica che Atzeni propone, contrapposto all'idea occidentale e coloniale di possedere, sfruttare e cementificare la terra. Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, Sellerio Editore, Palermo 2023.