Manifesto

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Processi e progetti

Habitat Generativo è un insieme di dispositivi architettonici che stimola la mutazione dello spazio pubblico abbandonato, sottovalutato, dimenticato, rivelandone il potenziale inespresso e moltiplicandone le possibilità d’uso, secondo configurazioni provvisorie e transitorie che si adattano e si implementano nel tempo.

È un’idea di spazi per i quali si attivano processi di trasformazione a partire da gesti minuscoli che consentono, nel tempo, pratiche di riappropriazione e verifica progressiva del grado di disponibilità al cambiamento anche in riferimento alla comunità che li abita, li usa, li gestisce con l’obbiettivo di raggiungere esiti maiuscoli in un periodo programmato.

Si tratta di ricorrere a una strategia in più atti che si sviluppa in un tempo medio-lungo ma che prevede fasi di avvio in tempi brevissimi e a costi ridotti per costruire le condizioni di modificazione in modo condiviso e verificato, riducendo il rischio di insuccesso di interventi di consolidamento più consistenti a seguire.

Habitat Generativo è una modalità di intervento rivolta alle persone e ai luoghi che, con discrezione e assetti reversibili, impiantati velocemente, attraverso azioni performative coinvolgenti, inclusive e spesso coprogettate, produce riflessioni tangibili e ricrea condizioni di fiducia e speranza, ripotando qualità e bellezza inaspettate. Habitat Generativo significa pensare i progetti come parti di processi.

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Il tempo è prezioso

Paesaggi e città sono il prodotto di processi di trasformazione di lunghissima durata, stratificati nel tempo e nello spazio. Questo permette all’insediamento di avere assetti duraturi, perché esito di scelte che assicurano la massima stabilità nelle configurazioni spaziali, negli equilibri politico-sociali, negli usi consolidati che li hanno generati. Le architetture autocostruite interpretano il tempo come il materiale più prezioso del progetto: per questo sono rapide, provvisorie e con immediatezza operativa danno avvio a processi più complessi e articolati nel tempo; consentono di occupare il vuoto legato all’inerzia prolungata sui luoghi o anche solo il periodo transitorio, comunque lunghissimo, che spesso è associato alla programmazione e alla realizzazione delle opere; rispondono all’urgenza dei luoghi e delle comunità che spesso non possono attendere i naturali processi di sedimentazione insediativa, perché in attesa da molto, troppo, tempo di condizioni di abitabilità migliori. La rapidità, assicurata dalla temporaneità di queste architetture, permette un primo momento di riflessione sul grado di trasformabilità di questi ambiti, attraverso azioni transitorie e reversibili, con cui proporre e restituire possibilità d’uso di “spazi dimenticati”.

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Specie pioniere

Le architetture autocostruite devono essere considerate come “specie pioniere” necessarie per una prima colonizzazione di “territori inospitali”, misuratori di disponibilità di questi stessi habitat ad essere perturbati, rigenerati e nuovamente abitati. Le architetture autocostruite consentono dunque di riavviare processi di trasformazione, verificando i primi esiti, in previsione di successive fasi di consolidamento. In questo senso devono essere considerati dispositivi transitori, pensati per accompagnare i luoghi e le persone in una prima fase di trasformazione che li predispone ad usi ritrovati, nuovi e/o inaspettati. Servono dunque a provare, esplorare, interrogare gli spazi e le comunità, anche portandoli al limite della loro sopportazione, per verificare a quali condizioni possono ancora esprimere opportunità d’habitat.

Proprio perché specie pioniere devono avere un carattere di alterità rispetto a ciò che già esiste, discostarsene nei caratteri formali e nei linguaggi, proporre elementi di innovazione e, se possibile, reinterpretare i principi insediativi più consolidati secondo una prospettiva esplorativa che ne possa aggiornare l’efficacia.

Proprio perché specie pioniere devono essere dispositivi a “effetto rapido” e permanere nei luoghi per un tempo limitato, solo quanto basta per prepararli ad accogliere nuove condizioni di abitabilità.

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Condizioni di abitabilità

L’autocostruzione è un esercizio collettivo di presa in cura, di rinnovato interesse e attenzione per luoghi dimenticati e maltrattati, uno strumento di disvelamento di luoghi inaspettati, negati e, spesso sconosciuti, che si trovano intorno a noi senza che ce ne accorgiamo, come gli “spazi sotto la sedia” a cui fa riferimento Bruce Naumann. Le pratiche autocostruite possono costituire un’interessante modalità di risarcimento per questi luoghi attraverso la costruzione del senso di luogo e del senso di appartenenza delle comunità che, partecipando alla loro riattivazione, contribuiscono a renderli più abitabili. Per questo gli habitat generativi e la dimensione progettuale che li sottende, fondati su pratiche autocostruite, riportano naturalmente le persone al centro della riflessione e dell’interesse. Si tratta, infatti, di processi di reale e inclusiva partecipazione popolare, che restituiscono agli abitanti un rinnovato protagonismo sulle scelte e sulle trasformazioni dei luoghi. L’obiettivo è introdurre nuove condizioni di abitabilità rendendo i luoghi più accoglienti, più sostenibili, più ricchi di opportunità, più accessibili, più inclusivi, più piacevoli… in sintesi, migliori.

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Sentimentale sperimentale

I processi degli habitat generativi sono un atto di presa in cura dei luoghi e delle persone, e originano da una posizione progettuale, culturale e operativa che è, e non può che essere, sentimentale. In questo senso rappresentano pratiche affettive, utopie concrete, proposte con la convinzione che, spesso, l’emergenza richiede pochi gesti per essere risolta o comunque ridotta; pochi gesti, appunto, con cui aiutare luoghi e persone.

L’autocostruzione, inoltre se ben progettata, rappresenta uno straordinario strumento di indagine sui luoghi perché offre la possibilità di sperimentare in modo reversibile e sostenibile il loro potenziale trasformativo e, contestualmente, il grado di accettazione di queste trasformazioni da parte di chi li abita. Si tratta di impiegare il progetto e le opere come strumenti di ascolto e interrogazione, più interessanti per i processi che sono in grado di attivare che per gli esiti compiuti che producono, data la loro temporaneità e reversibilità. Si tratta di usare il progetto come dispositivo sperimentale che anticipa e rende disponibili prefigurazioni possibili e testabili, in scala reale per un certo tempo. Il progetto e i suoi dispositivi architettonici vengono impiegati per perturbare i luoghi, scuotendoli dalla loro condizione di stasi e di attesa; come riattivatori di coscienza di luogo promuovono un nuovo pensiero critico sul suo potenziale inespresso e rendono il progetto e l’autocostruzione una pratica di ricerca applicata e impegnata.

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Seriale ma unico

Progettare Habitat Generativi richiede la capacità di risparmiare senza rinunciare alla qualità dello spazio e all’incisività delle proposte. Il risparmio oggi è uno dei principali obiettivi del progetto: risparmiare risorse economiche, materiali, risparmiare il lavoro già fatto (dunque recuperare), riciclare quanto più possibile, risparmiare suolo, risparmiare energia.

Con questa idea il progetto può opportunamente ricorrere a poche risorse, può attingere o perfino creare un lessico materico, costruttivo, strutturale, linguistico replicabile e riconoscibile, fondato sulla ripetizione e che attraverso la dialettica tra ripetizione e variazione, genera un sistema di regole sintattiche sufficientemente aperto da proporre in ogni occasione espressioni di unicità.

Le installazioni e le architetture di Unica Space Force, infatti, sono uniche ma condividono uno stesso modo di costruire, la stessa materia e gli stessi elementi di base, sono tutte diverse ma tutte uguali. In altri termini, costituiscono parti di una stessa serie e, pur essendo ognuna autonoma e specifica, contribuiscono alla definizione di un progetto più generale, rarefatto nel tempo e distribuito in più luoghi che riguarda una modalità concettuale e operativa in grado di adattarsi a differenti contesti.

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Poveri ma belli

Affinché quanto accennato nei punti precedenti sia credibile è decisivo il ruolo del progetto e, dunque degli architetti e delle architette; l’idea di autocostruzione di cui si tratta in questo scritto non è rivolta alle pratiche autogestite da abitanti privi di cultura architettonica; al contrario, si ritiene che la filiera da percorrere ponga i progettisti al centro della riflessione sia come facilitatori relazionali con le comunità che come orientatori e decisori esperti nelle scelte finali e nella guida dei processi.

Le architetture autocostruite devono essere Architetture, pensate, misurate, proporzionate, ben costruite – anche se autocostruite – e in sintesi devono avere la capacità, pur nella loro condizione di provvisorietà e transitorietà, di esprimere la bellezza che ci si aspetta da un’opera di architettura. Solo a questa condizione avranno la forza di catalizzare l’attenzione, di orientare i processi, di essere riconosciute e rispettate e, quindi, di essere espressione tangibile della rigenerazione reale dei luoghi.

In questo quadro agli architetti si prospetta un nuovo ruolo, meno autoreferenziale, più complesso forse, ma estremamente stimolante e ancora utile, più etico e meno estetico, di impegno e dedizione.

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Elogio alla imprecisione

Il progetto con poche risorse è destinato ad essere impreciso nella fase di realizzazione. L’imprecisione è propria dei processi “poveri”, dei contesti della rinuncia, del risparmio. Avere questa consapevolezza e accettare questa condizione, non come un limite ma come un’invariante, come un punto di partenza, consente di circoscrivere le criticità che ne derivano. Se i principi del progetto sono sufficientemente chiari e efficaci, l’imprecisione costruttiva sarà secondaria rispetto all’esito complessivo, il dettaglio sarà irrilevante rispetto alla concezione d’insieme. Accettare l’imprecisione significa semplificare il dettaglio, semplificare la costruzione, semplificare il linguaggio senza banalizzarne il significato; comporta una ricerca continua nella definizione del quadro delle invarianti piuttosto che sugli aspetti superficiali dell’opera, dei principi piuttosto che delle immagini, nell’insieme piuttosto che nelle parti.

L’imprecisione è un problema solo se si intende eliminarla in un contesto che è impreciso strutturalmente; accettarla e accoglierla significa riconoscere le condizioni di contesto e interpretarlo secondo un principio di realtà che può contribuire a risignificarlo con maggiore consapevolezza.

Unica Space Force persegue la precisione dello spazio e delle relazioni, mentre impiega il dettaglio come strumento grammaticale necessario a formulare un discorso compiuto e non come obiettivo finale delle proprie azioni: l’imperfezione dello straordinario sempre prima della perfezione dell’ordinario.

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Semplice ma complesso

I progetti sono, o dovrebbero essere, atti di sintesi. In modo sintetico, appoggiandosi agli elementi fondamentali, a ciò che si ritiene invariante, dovrebbero condurci a restituire spazi migliori, più adatti alla vita e al benessere.

Semplicità significa ricorrere agli elementi che occorrono per raggiugere questo esito, nessuno in più. I progetti di Unica Space Force perseguono la semplicità attraverso una continua lettura critica dei luoghi, l’autolimitazione e la rinuncia. Semplicità intesa come sintesi è anche una scelta operativa continuamente selettiva, che permette di prendere posizione sulla realtà, scegliere elementi e caratteri sia di “quel-che c’è” sia di “quel-che-ci-sarà”, dunque comporta una selezione (anche limitata) di fatti del presente per orientare quelli del futuro.

Questa posizione è espressione di continuità con le tradizioni e le culture arcaiche che ci consegnano sistematicamente e sistemicamente il controllo dell’imprecisione, ricorrendo solo a quanto necessario, attraverso un processo di selezione di lunga durata, per garantire il corretto funzionamento delle cose. La ristrettezza consente di sviluppare con più efficacia soluzioni che permangono nel tempo perché direttamente rivolte a risolvere problemi senza mediazione, e conduce per questo all’eliminazione di tutto ciò che non serve, imponendo una radicalità costitutiva che ricerca rinnovati equilibri fra scale differenti di criticità dei contesti e propone alternative possibili.

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Antifragile

Le architetture generative sono un modo di pensare al futuro senza prevederlo. Non fissano il destino dei luoghi, non li chiudono in una funzione, non li consegnano a una forma definitiva: costruiscono condizioni per saggiare e accogliere usi inattesi, adattamenti e appropriazioni non interamente progettate, ma dal progetto rese possibili.

Sono sotto-determinate rispetto alla funzione per consentire alle persone di proiettare su di esse l’uso che ne vogliono fare, di esplorarle e manipolarle anche in modo giocoso, e soprattutto per favorire a che diverse persone possano entrare in tanti modi diversi in relazione una con l’altra.

La loro forza sta nell’opzionalità che creano. Sono rapide, modulari, reversibili e frugali: non concentrano il rischio in una decisione irreparabile; lo distribuiscono in prove locali, leggibili, correggibili. Permettono di cambiare rotta, combinare, riusare, consolidare ciò che funziona e abbandonare senza grandi danni ciò che non attecchisce. Se non funzionano, si perde poco: tempo, energie, denaro, suolo, materia. Se funzionano, si guadagna molto: nuovi usi, relazioni, attenzione pubblica, fiducia.

Antifragile è l’architettura che non teme la libertà delle persone di fare e di farci cose di testa loro. Non sopprime il caso e non insegue efficienze premature, ma conserva margini e ridondanze. Favorisce adattamenti ed esaptazioni, per accomodare fini, bisogni e desideri – presenti e futuri. Genera possibilità presenti, e futuri possibili.

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Architettura specchio

Per concludere queste poche righe, alla domanda «Ma cosa sono? A cosa servono?» che spesso viene posta da chi vede e visita le architetture autocostruite, o semplicemente ne sente parlare, alla luce di quanto sostenuto finora, ci sembra di poter rispondere che:

«Sono come specchi,
sono architetture-specchio:
sono ciò che ognuno di noi
si aspetta che siano!»